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Vai ad aspettarmi nella cuccia grande



Diceva il Censis, qualche settimana fa: il 69,3% degli elettori ha formato la sua scelta attraverso le notizie ed i commenti trasmessi dai telegiornali.
Ora, se si trasporta questo dato nelle attuali e surreali vicende si può provare a comprendere l'ennesima reazione d'indifferenza degli italioni. Paradossalmente, gli italioni che hanno il pregio di parlare una lingua straniera, inglese, francese, spagnolo, tedesco, ma anche lituano probabilmente, riescono ad ottenere più informazione di quella che riuscirebbero a totalizzare utilizzando la loro lingua materna.

Il Ministro della Propaganda, Fedelissimo Confalonieri, ed il sottosegretario alla disinformazione, Augusto Minzolini-Minzoloni, riempiono d'orgoglio i teorizzatori del pensiero unico e dell'officina del consenso.
I fatti di Bari-Palazzo Grazioli costituiscono la prova d'esame - vero battesimo del fuoco - del neodistruttore del Tg1, ormai ex telegiornale pubblico. Da Mediaset la censura è prevedibile: il cittadino se l'aspetta. Tv commerciale-pubblicità-ascolti-programmi demenziali-ascolti-pubblicità, eventualmente comitato elettorale se il capo da grande non vuole fare il detenuto e vuole fare il premier. Ma dalla tv pubblica no. Non la paghiamo per non farci dire quello che succede, caro Minzoloni. Non la paghiamo per avere ignoranza. Per quella ci pensa già Berlu-set.

E c'è ancora qualche tenero sprovveduto che - visto il polverone sollevato da qualche giornale non allineato alle logiche presidenziali e il cui editore non risponde al premier - chiede in tono di sfida: questo sarebbe il controllo dei media di Berluskhan? Sì, caro sprovveduto. Se ci sono solo due giornali che osano parlare di fatti inenarrabili e nessun'altro, significa che il più grande mezzo di comunicazione è in silenzio. Tu che frequenti internet sai molto, chi non lo frequenta e si alimenta di tv sa poco o nulla. Il 70% degli italioni, di cui una grandissima fetta non consuma giornali, è quasi all'oscuro di ciò che succede.

In realtà, non è neppure una sorpresa, ben si poteva immaginare la condotta vergognosa delle tv. Si rimane sconcertati però quando il neoservitore di cui sopra afferma senza vergogna, davanti a 5 milioni di teledisinformati, di aver voluto tenere «bassa» la vicenda delle feste con ragazze nella residenza del premier in quanto scelta di prudenza, non essendovi reati o imputazioni a suo carico - è vero, è solo l'utilizzatore finale del servizio, dunque secondo l'On. avvocato non sarebbe perseguibile penalmente (menomale, c'è da dire) - e non essendovi «alcuna notizia certa». «Di fronte a quanto sta accadendo nel mondo, dal piano economico di Obama alle vicende dell'Iran - ha sottolineato il leccatore - sarebbe stata una scelta incomprensibile privilegiare polemiche basate sul gossip». Questo non è che l'antipasto della gestione Minzoloni.

La costruzione del consenso ottenuta da chi oggi detta legge è stata e continua ad essere un'operazione a dir poco perfetta. La realizzazione ed il successo italiano del nuovo modello di "democrazia videocratica o televisiva" rivela l'immensa potenzialità ed efficacia del mezzo televisivo.

Non serve certo il linguaggio forbito di un esimio giurista quale Francesco Bilancia, per descrivere l'anoressia informativa di cui soffre l'Italia, ma riportiamo lo stesso un brano di un suo scritto: «(...) Non so quanti condividano ormai questa sensazione, ma mi sento disarmato a discutere con la più gran parte dei miei interlocutori abituali che qualunque riscontro oggettivo, documentale o critico si dovesse presentare loro, sono ormai soliti reagire ripetendo acriticamente il testo “ufficiale” della vulgata televisiva se non addirittura lo slogan del politico di riferimento. Alla realtà reale che vedo e comprendo mi viene sempre opposta una realtà virtuale costruita e raccontata dai media che si oggettiva resistendo oltre ogni possibile analisi critica.
I mezzi di comunicazione di massa, utilizzati ad arte, non soltanto provocano radicali rivolgimenti nelle competizioni elettorali risultando determinanti – anche se la vulgata mediatica propaganda tesi opposte – per la definizione dei risultati, ma sono essenziali altresì per garantire il consenso intorno alle politiche promosse volta a volta da chi ne abbia il pressoché esclusivo controllo mediante la costruzione dello stesso senso comune volta a volta funzionale alle scelte di vertice.
E’ mia opinione, pertanto, che tutte le competizioni elettorali succedutesi in Italia dal 1994 ad oggi siano state gravemente falsate dalla circostanza di fatto che uno soltanto dei contendenti abbia potuto avvantaggiarsi della disponibilità di tre reti televisive nazionali, in plateale rottura delle condizioni più elementari di eguaglianza di chances con gli altri contendenti. Nessuna narrazione mediatica potrebbe smentire l’assunto che con la proprietà di tre reti televisive utilizzate per costruire il proprio consenso politico qualunque buon comunicatore sarebbe, infatti, in grado di vincere una competizione elettorale. E’ questa la banale ragione per cui tale circostanza di fatto è vietata in tutte le democrazie contemporanee (...)».

Interessante anche quanto commenta il New York Times, non esattamente bolscevico,  secondo cui l'Italia «è una società feudale molto evoluta in cui ognuno è visto, ed inevitabilmente è, il prodotto di un sistema, o di un protettore. Non ci sono né ideologie né reti; c’è solo Berlusconi, e si può essere con lui o contro di lui».
«L’Italia è profondamente confusa per gli americani, che sono immersi in concetti quali dire la verità per governare e inseguire il denaro, cresciuti nella terra del “Sì possiamo”, non del “Mi dispiace, signora, questo è impossibile”».
«In Italia, quando i giornalisti fanno domande del tutto legittime sullo stato legale e la vita personale del leader di un paese del G8, o persino quando chiedono perché l’Italia non sembra importarsene delle risposte, sono inevitabilmente accusati di insultare il Presidente del Consiglio o di essere le pedine di interessi più grandi».

Insomma le domande, in Italia, le fanno i nemici, punto. Le televisioni mai, ri-punto. E Minzoloni è amicissimo - si capisce (direbbe Totò). Questa notte forse, il premier, con affetto e una scodella in mano, dirà al caro Minzoloni: «Vai ad aspettarmi nella cuccia grande».

Pubblicato il 22/6/2009 alle 23.6 nella rubrica Attualità.

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