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SOCIETA'
29 marzo 2009
Cultura, valori, regole: il modus pensandi italiano

Felice Lima, giudice del Tribunale di Catania, in un articolo pubblicato sul blog "Uguale per tutti" indaga sul modus pensandi italiano, sottolineando quanto sia importante considerare la cultura del paese e la necessità di intervenire su di essa prima di poter giungere ad un vero cambiamento sociale, prima che istituzionale, della nazione.

Gli italiani e le regole

Gherardo Colombo, con il suo intervento “Informazione e democrazia: missione impossibile”, affrontando e proponendo il tema dell’informazione, pone un problema fondamentale: “È possibile, lasciando invariata la cultura, il modo di pensare prevalente, che l’informazione cambi e diventi corretta?”
Si tratta di una questione che non riguarda solo il tema dell’informazione, ma un po’ tutto nella vita del nostro Paese.
A me pare evidente – anche sul piano logico – che, in una comunità sociale, nulla che sia davvero diffuso può essere realmente in contrasto con la “cultura” di quella società, intendendo per “cultura” non l’“accademia” ma l’insieme dei valori, dei principi e delle regole che “nei fatti” (e non in teoria) informano di sé la vita sociale e le relazioni fra le persone.
(...) Gli italiani pretendono di continuare a fare tutto quello che rende la loro società ciò che è, pretendono di continuare a non pagare le tasse, a farsi raccomandare, a mantenere uno scarto enorme fra la “teoria” e la “pratica”, a vivere di certificati medici richiesti per telefono e lasciati dal medico al portiere, di cause vinte con testimoni falsi, di pensioni per falsi invalidi, di parcheggi con false tessere di portatori di handicap, di graduatorie truccate e mille altre cose ancora, e contemporaneamente sperano e addirittura reclamano con arroganza che venga fatto “qualcosa” che, lasciando intatte le cause (o almeno la parte di causa che grava sulla responsabilità di ciascuno) rimuova, come per magia, le conseguenze negative delle cause.
Gli italiani, fa ridere dirlo, vogliono continuare a saccheggiare le casse dello Stato ottenendo che una qualche legge o circolare le lasci ricche come prima pur dopo il furto! Questo è il paradosso assoluto. Gli italiani sono decisamente quelli della botte piena con la moglie ubriaca.
Tutti gli altri popoli sanno che non si può avere contemporaneamente tutto. Gli italiani vogliono contemporaneamente tutto e sembrano credere che sia possibile. Meno tasse e più servizi; bassi premi assicurativi e grandi risarcimenti; efficienza della pubblica amministrazione e libertà per i pubblici dipendenti di “presentare certificato medico” a comodo; giustizia economica, garantista, veloce, dura con chi ci fa antipatia, buona con i nostri amici e con noi stessi; sicurezza nella strade, ma no alle multe con gli autovelox; eccetera, eccetera, eccetera.

(...) C’è stato un tempo in cui le persone – penso ai politici “che contano” – facevano delle mascalzonate, ma capivano che un conto era farle, un conto era dire che non erano mascalzonate. Dunque, si accontentavano di fare le mascalzonate e portavano da soli il peso della “colpa”. La nostra generazione – con una decisa accelerazione del fenomeno da Craxi in poi – ha trovato geniale liberarsi da questa “sovrastruttura”.
Ed ecco tutti, quindi, fare una sorta di outing, con il quale non solo ammettono la mascalzonata, ma ne difendono il valore, ora pretendendo di “chiamarla con un altro nome”, ora mettendola in relazione con altre cose indicate come peggiori. Credo che solo in Italia sia efficace – sul piano del sentimento popolare (che è appunto la “cultura” della quale stiamo parlando) – una difesa da parte di chi sia sorpreso a rubare consistente nel dire: “Ma insomma, con tanti che rubano miliardi, devo pagare proprio io che rubo solo milioni?”
È quello che scrive Gianni Barbacetto nel suo “Dialogo tra un lettore e un Islandese” . Lascia davvero stupefatti l’improntitudine con la quale maggiorenti del Paese ammettono pubblicamente le malefatte più ignominiose, dandone spiegazioni surreali nelle quali sembrano credere davvero.
Ed è evidente che ciò crea un “cultura diffusa” della impunità di tutti per tutto.
E tornando, quindi, all’impegno per incidere sulla “cultura”, credo che la questione non sia se funzionerà e in quanto tempo. Credo che lavorare a un cambio della cultura diffusa sia, per un verso, una necessità e, per altro verso, l’unica cosa che davvero può cambiare il Paese.


Nel condividere, quindi, pienamente il pensiero di Gherardo Colombo, vorrei provare ad aggiungere qualche breve considerazione sulle dinamiche che portano noi italiani a capire meno di altri popoli ciò che mette in evidenza Gherardo.
Il primo dei nostri problemi mi sembra quello di non capire l'«in sé» della cosa.
Gli italiani sembrano non capire la relazione che c’è fra ciò che fanno e la cultura che le loro azioni producono. In sostanza, non capiscono che ciò che fanno “agisce” nel contesto, lo cambia, lo condiziona.
Chi butta una carta per terra in strada sembra non percepire la relazione che c’è fra questo gesto e la sporcizia della sua città.
A me sembra che questo accada per una attitudine di noi italiani alla “furbizia”, per la convinzione che sembriamo avere che si possano salvare contemporaneamente i princìpi e gli interessi in contrasto con quei princìpi. È sostanzialmente ciò di cui ho già detto a proposito dell’esito perverso al quale abbiamo portato l’idealismo.
L’altro aspetto del problema mi sembra la nostra attitudine a sterilizzare gli imperativi etici sottoponendoli a condizione.
“Io pagherei volentieri le tasse, se mi dessero i servizi”, “io testimonierei tranquillamente il vero in un processo, se questo non mi causasse degli imbarazzi”, “io non mi farei raccomandare, se non ci fosse da temere che altri lo facciano e ottengano il posto a cui ambisco”, eccetera.
Questo approccio tutto italiano consente agli italiani di sentirsi onesti mentre delinquono, di sentirsi democratici mentre fanno i razzisti, di sentirsi cattolici mentre fanno i pagani. Perché, come dice una triste barzelletta, “non siamo noi che siamo razzisti, sono loro che sono negri”.

(...) Trovo che impegnarsi a mettere davanti a più persone possibili la vera natura delle loro condotte e l’evidente relazione fra quelle e la degenerazione del contesto in cui vengono agite possa essere un buon servizio e una buon tipo di “informazione”.
Gianni Rossi Barilli, nel suo articolo si chiede preoccupato se “ci salveranno le minoranze vitali, motivate e creative che svettano sul blob generale secondo i sociologi”, intente a questo impegno.
Io non so se ci salveranno (e tendo, sul punto, a un preoccupato scetticismo), ma, proprio perché credo che il nostro agire incida sul contesto e proprio perché credo che un dovere è un dovere, sono convinto che questo compito sia nostro dovere, indipendente da qualunque prognosi sull’esito – a breve o a lungo termine – del nostro impegno.



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SOCIETA'
27 marzo 2009
I volti senza nome di via D’Amelio
Un'interessante articolo di Pietro Orsatti, pubblicato qualche mese fa su Left, riprende il tema della strage di Via d'Amelio e gli ultimi sviluppi che si stanno concretizzando a seguito delle rivelazioni di alcuni imputati. La sensazione è che poco a poco il cerchio si stringe. Gli italiani devono farsi una idea chiara delle implicazioni e connivenze che si stagliano dietro le stragi. Gli italiani devono chiedersi perché ci siano di mezzo pezzi importanti delle istituzioni e perché ci siano di mezzo Alfa e Beta, i due soggetti protagonisti di una indagine poi archiviata (lasciando però molte ombre e molti dubbi sui due soggetti) dalla Procura di Caltanissetta.


I volti senza nome di via D’Amelio


Massimo Ciancimino e Gaspare Spatuzza ricostruiscono nuovi scenari sulla strage. Quando incominciò la trattativa fra lo Stato e Cosa nostra? Prima di quanto ipotizzato finora

Via D’Amelio, luogo della strage del 19 luglio 1992 dove persero la vita Paolo Borsellino e i componenti della sua scorta, da Castel Utveggio si vede proprio bene. È ormai “verità” processuale (riportata nelle sentenze del processo Borsellino bis) che il Sisde vi avesse impiantato da tempo una sede sotto copertura. E il 19 luglio 1992, una classica domenica estiva palermitana, Castel Utveggio, da quello che è emerso dalle indagini successive, è in piena attività. Pochi secondi dopo la strage, proprio da qui parte una telefonata che raggiunge Bruno Contrada, al tempo capo del Sisde a Palermo. La chiamata arriva dal telefono intestato a Paolo Borsellino. Si tratta, evidentemente, di un’utenza clonata. Da chi? Mistero. E ancora. Di solito il castello è deserto la domenica, figuriamoci a luglio. Ufficialmente era solo la sede di una scuola di formazione per manager aziendali. Quella domenica, però, nel castello c’è “movimento”. Tanto movimento. Troppo. E andiamo avanti. Lorenzo Narracci, al tempo funzionario del Sisde a Palermo, riceve una telefonata da Contrada 80 secondi dopo l’esplosione dell’autobomba. Per intenderci, poco più di un minuto dopo l’esplosione il Sisde è già pienamente operativo, mentre la polizia ancora arranca per capire cosa sia successo e persino dove. Narracci non è sconosciuto agli investigatori che stanno seguendo l’inchiesta sulla strage di Capaci, e risulta infatti titolare di un numero di cellulare annotato su un biglietto rinvenuto proprio sul luogo dove gli assassini di Falcone azionarono il telecomando che innescò il tritolo lungo l’autostrada fra Punta Raisi e Palermo. Su come sia finito il numero di telefono di un funzionario dei servizi italiani proprio nella casupola utilizzata da Cosa nostra per dare via all’attentato di Capaci c’è un altro funzionario della Polizia che, sempre dagli atti processuali, racconta di essersi perso lui, durante il sopralluogo, il biglietto con il numero. Comunque una vicenda che allarma, se non altro per la leggerezza con cui un’utenza di un agente circolasse con tale facilità e mancanza di riservatezza.

A seguire questa pista è Gioacchino Genchi, all’epoca dirigente della Polizia di Stato a Palermo con l’incarico di direttore della zona telecomunicazioni del ministero dell’Interno per la Sicilia occidentale. Genchi, per chi si occupa di inchieste giudiziarie, non è uno sconosciuto. Lo scorso anno, per esempio, è salito alle cronache come l’uomo chiave dell’inchiesta “Why not” condotta dal pm Luigi De Magistris a Catanzaro. Insomma, quantomeno uno che di telefoni ne capisce. Il giorno stesso della strage di via D’Amelio, Genchi compie un sopralluogo sul monte Pellegrino presso il castello Utveggio insieme al capo della Mobile La Barbera. La sentenza del processo Borsellino bis riporta, testualmente: «Il dr. Genchi ha chiarito che l’ipotesi che il commando stragista potesse essere appostato nel castello Utevggio era stata formulata come ipotesi di lavoro investigativo che il suo gruppo considerava assai utile per ulteriori sviluppi; essa tuttavia era stata lasciata cadere da chi conduceva le indagini al tempo». Elementi, quelli accolti dalla Corte e presentati dall’investigatore, davvero inquietanti. Utenze clonate, rete di comunicazioni lungo il percorso per via D’Amelio operativa da giorni, intrecci fra pezzi di Stato e “altro”. «Nel castello aveva sede un ente regionale il C.e.r.i.s.d.i., dietro il quale avrebbe trovato copertura un organo del Sisde - si legge nella sentenza -. La circostanza era stata negata dal Sisde che aveva così esposto ancor più gli uomini del gruppo investigativo costituito per indagare sulla strage». Genchi punta la sua attenzione sul castello per una ragione specifica. Trascrizione letterale della sua deposizione alla Corte di Caltanissetta: «Rilevo che il cellulare di Scaduto, un boss di Bagheria condannato all’ergastolo fra l’altro per l’omicidio di Ignazio Salvo che aveva tutta una serie di strani contatti con una serie di utenze del gruppo La Barbera. Cioè, del gruppo degli altofontesi, di cui parlavo anche in relazione a quei contatti con esponenti dei servizi segreti, rilevo che questa utenza aveva pure contatti con il C.e.r.i.s.d.i. Quindi, questo C.e.r.i.s.d.i. mi ritorna un po’ come punto di triangolazione». Genchi prosegue raccontando di una strana telefonata che arriva al castello nei giorni che precedono la strage. «C’è pure una telefonata, se ricordo bene, mi pare… di Scotto al C.e.r.i.s.d.i. Ovviamente, non so, avrà fatto un corso di eccellenza, perché là preparano manager, non so, avrà avuto le sue ragioni per telefonare».  Scotto chi è? C’è un certo Pietro Scotto, dipendente della società di servizi telefonici Elte, che ha un fratello, Gaetano, sospetto mafioso appartenente alla famiglia di Cosa nostra del rione Acquasanta di Palermo. è proprio Gaetano a mettersi in contatto con utenze del C.e.r.i.s.d.i. nei mesi precedenti l’attentato. Una coincidenza? E chi ha messo in atto l’intercettazione dei telefoni dei familiari di Paolo Borsellino residenti in via D’Amelio? Comunque, nonostante Genchi individui da subito tutte queste connessioni, viene trasferito a indagini ancora in corso, e con lui anche La Barbera.

Andiamo ai giorni che precedono l’attentato. Si segnala nella sentenza del processo «la testimonianza di un agente Dia che si era trovato a fare da autista a Borsellino subito dopo l’interrogatorio di Mutolo, lo aveva trovato sconvolto e gli aveva sentito pronunciare nel corso di una conversazione telefonica la frase “Adesso noi abbiamo finito. Adesso la palla passa a voi”. Le telefonate erano dirette verosimilmente al procuratore Vigna e al procuratore Tinebra (procuratore di Caltanissetta, ndr) che aveva appena iniziato a indagare su Capaci». È il primo luglio. Di quella giornata c’è traccia autografa di Paolo Borsellino. Una pagina di un’agenda, grigia. Non parliamo di quella rossa, dalla quale il giudice non si separava mai, e scomparsa sul luogo dell’attentato (nell’agenda rossa Borsellino aveva iniziato a scrivere tutto ciò che accadeva dal giorno di Capaci. Come ha affermato Genchi «qualcuno si è fatto un’assicurazione»). Torniamo all’altra agenda, quella grigia, fortunatamente ancora in mano ai familiari. Vi è riportato l’incontro fra il magistrato e il ministro degli Interni. Il primo luglio è il giorno di insediamento di Nicola Mancino, che però nega di aver avuto un incontro con il magistrato. Tuttavia proprio nei giorni scorsi, l’attuale vicepresidente del Csm ha affermato: «Quel giorno ho stretto tante mani. Non ricordo Borsellino, ma non escludo di poterlo aver incontrato».

Un nuovo spiraglio lo ha aperto Massimo Ciancimino. Racconta che la trattativa, quella che portò poi al famoso “papello” di Totò Riina con le richieste allo Stato da parte di Cosa nostra, non iniziò mesi dopo la strage di via D’Amelio, ma nei primi di giugno, ovvero nel periodo in cui il pm stava scavando sui mandanti ed esecutori dell’omicidio del suo amico e collega Giovanni Falcone avvenuto a maggio. Sempre secondo Ciancimino, protagonisti di questa trattativa sarebbero stati il capo dei Ros dei carabinieri Mario Mori, Vito Ciancimino (e lo stesso Massimo che è colui, per sua stessa ammissione, che ha il primo contatto con l’Arma), Totò Riina dal suo covo da latitante e il medico della mafia, il boss Antonino Cinà. Non solo, Ciancimino racconta che i contatti iniziali con i vertici di Cosa nostra avvenivano attraverso Cinà ma che il “papello”, ovvero le proposte di Riina allo Stato, non fu consegnato a Vito Ciancimino dal medico della mafia, ma da “una persona distinta” il cui nome per ora è coperto da omissis. Un altro colletto bianco? O un soggetto terzo?

Questo elemento crea il sospetto che una delle motivazioni alla base dell’accelerazione dei preparativi (se non della decisione) dell’omicidio Borsellino, sia da cercare nel probabile rifiuto da parte del giudice di accettare la trattativa. Quasi a fare da “sponda” e a mettere in discussione le poche verità emerse dai vari processi sul 19 luglio 1992, è apparso non un nuovo pentito ma un soggetto dichiarante. Che si autoaccusa di essere colui che ha rubato per la mafia la 126 utilizzata poi come autobomba a via d’Amelio. Si tratta di Gaspare Spatuzza, uno dei killer di padre Puglisi, che con le sue dichiarazioni ha rimesso in discussione alcuni dei fondamenti del processo, aprendo di conseguenza la possibilità di una revisione. Anche nelle sue dichiarazioni emerge un “uomo senza nome”. Consegna, infatti, la 126 ad alcuni mafiosi di sua conoscenza ma alla presenza di un altro uomo, sconosciuto, che lui ritiene “estraneo”. Un altro volto invisibile, senza nome, da sommare a quella che comincia a sembrare una folla di anonimi onnipresenti, amnesie, documenti scomparsi, trasferimenti affrettati di investigatori a indagini aperte, archiviazioni, funzionari infedeli, telefoni clonati. Spettatori, protagonisti, comparse, componenti che si sono dati appuntamento alle 16,58 e 20 secondi del 19 luglio 1992.

23 gennaio 2009



permalink | inviato da CittadinoInformato il 27/3/2009 alle 19:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
21 marzo 2009
Caos e Politica - Gli ultimi anni di storia italiana (Parte Seconda)

Da Italiadall'estero.it, la storia della caotica politica italiana degli ultimi anni vista dall'Inghilterra (un po' lungo ma ne vale la pena):

London Review of Books


Un intero ordine trasformato in ciò a cui intendeva porre fine

Parte Seconda

La misura della sua vittoria diede a Berlusconi la libertà di seguire un programma socio-economico più duro, come veniva da lungo tempo esortato a fare dai propri critici tradizionali e da opinionisti in Italia e all’estero. La sua coalizione è pronta ad agire ovunque può colpire l’elettorato dell’opposizione: i tagli draconiani all’istruzione superiore e la riduzione del numero degli insegnanti alle scuole elementari, prontamente messi in atto, colpirono un bersaglio relativamente facile del supporto del centro-sinistra, dove i vizi istituzionali sono largamente conosciuti. Per quello che riguarda gli interessi della propria base elettorale, il rigore non verrebbe applicato come in passato. La crisi economica mondiale non avrebbe in ogni caso incoraggiato un intrepido neoliberismo, se anche fosse stato contemplato. L’attenzione immediata del governo si trovava altrove. Di nuovo al potere, Berlusconi era tornato alla questione incompleta del porsi al di sopra della legge. Nel giro di un centinaio di giorni dalle elezioni, il Parlamento rapidamente approvò un’altra legge per garantirgli l’immunità, ri-scritta dai suoi avvocati in modo da schivare i terreni su cui la Corte Costituzionale aveva bocciato la precedente. I magistrati si sono opposti anche a questa legge; inoltre, si attende una campagna per abrogarla con un referendum. La vita politica della nazione si focalizza di nuovo sulle fortune personali, in tutti i sensi, del suo governatore miliardario.

Oggi Berlusconi è incontestabilmente l’icona delle Seconda Repubblica. Il suo dominio simboleggia ogni cosa per cui si è battuto. Pochi segreti rimangono sul modo in cui abbia acquisito le sue ricchezze e su come le abbia usate per conquistare e mantenere il potere. La questione maggiore è che cosa, sociologicamente, abbia reso possibile la sua carriera. Una risposta ovvia punterebbe all’ininterrotta influenza della Democrazia Cristiana nella Prima Repubblica, di cui lo considererebbe essenzialmente l’erede. L’elemento di verità in questa interpretazione è evidente dall’implicito equilibrio elettorale nella Seconda Repubblica. In proporzione, in tutte le cinque elezioni dal 1994, i voti totali per il centro-destra, esclusa la Lega, hanno superato i voti totali per il centro-sinistra, esclusa Rifondazione Comunista, con un margine che varia tra il 5% e il 10%. In altre parole l’Italia in fondo resta il paese estremamente conservatore che è sempre stato. Le ragioni, come largamente discusso, non sono difficili da trovare. Rispetto ad ogni altra società occidentale, meno persone si allontanano dai luoghi di nascita, più adulti vivono con i genitori, le imprese sono in media più piccole e il numero dei lavoratori autonomi è molto più alto. Sono queste le celle reazionarie da cui si è formato un corpo politico congenitamente avverso a rischi e cambiamenti. L’influenza della Chiesa, come unica istituzione ad un tempo nazionale e universale, e la paura del comunismo largamente diffuso a livello nazionale, provocarono l’egemonia della Democrazia Cristiana e, anche se la loro importanza si è ridotta, i loro residui sono ancora presenti fra i sostenitori di Berlusconi.

Tuttavia questa deduzione è troppo lineare. Berlusconi certamente non ha mai lesinato sugli appelli a favore della cristianità e dei valori familiari, o sugli avvertimenti contro la minaccia persistente del comunismo, e Forza Italia certamente ha ereditato i bastioni del clientelismo della DC al Sud  in particolar modo in Sicilia. Ma la filigrana della continuità cattolica è piuttosto tenue, per quanto riguarda il successo di Berlusconi. Non solo le zone della DC del Nord-Est sono andate alla Lega, ma i cattolici praticanti  quel 25% della popolazione che va a messa con una certa regolarità  sono stati il segmento più volatile dell’elettorato, con molti di loro che nei primi anni della Seconda Repubblica hanno votato non solo per la Lega, ma anche per il PDS. Né c’è una nitida connessione fra le piccole imprese o i lavoratori in proprio e la scelta politica. La cintura rossa dell’Italia centrale  Toscana, Umbria, Emilia-Romagna e Marche, dove il PCI è sempre stato più forte e dove il PD resiste ancora oggi, è piena di entrambi: imprese familiari, fiorenti micro-industrie, artigiani indipendenti, negozianti e cooperative della regione: un mondo non di grandi industrie o di settori riuniti, ma di piccole proprietà.

La reale genealogia di Berlusconi è molto più diretta. Fondamentalmente, più che della DC è l’erede di Craxi e della mutazione che egli ha rappresentato nella politica italiana degli anni ’80. La discendenza è letterale, non solo analogica. I due uomini erano strettamente contemporanei, entrambi prodotti di Milano, le loro carriere in un continuo intrecciarsi dal momento in cui Craxi divenne leader del Partito Socialista (PSI) nel 1976 e Berlusconi creò la sua prima grande emittente televisiva due anni dopo, fondata con i generosi prestiti delle banche controllate dal Partito Socialista. Difficilmente la relazione poteva essere più intima, al tempo stesso funzionale e personale. Craxi creò quelle condizioni favorevoli da parte dello Stato che successivamente permisero a Berlusconi di costruire il suo impero mediatico: con i proventi da esso derivanti, Berlusconi finanziò l’apparato di Craxi e promosse la sua immagine con i propri telegiornali. Ospite frequente della sontuosa villa di Berlusconi ad Arcore, dove gli venivano liberamente fornite soubrette e alta cucina, nel 1984 Craxi fu padrino del primo figlio di Berlusconi, che ebbe con l’attrice Veronica Lario prima di sposarla, e gli fece da testimone quando la sposò nel 1990. Quando divenne Presidente del Consiglio nel 1983, salvò le reti televisive nazionali di Berlusconi dalla chiusura, poiché trasmettevano in violazione di una decisione della Corte Suprema, e nel 1990 aiutò Berlusconi ad assicurarsi il controllo permanente su di esse, con una legge per la quale ricevette in cambio un versamento di 12 milioni di dollari sul suo conto in una banca estera. All’apice del suo potere, Craxi delineò una nuova figura nella scena italiana del dopoguerra  forte, decisa, attenta alla pubblicità, con il completo controllo del proprio partito e implacabile negoziatore con gli altri.

Tre anni dopo, quando le rivelazioni di Tangentopoli portarono alla luce il livello della sua corruzione, Craxi era diventato la più detestata figura pubblica del Paese. Ma non aveva finito. Con la carriera in rovina, passò la propria visione della politica direttamente a Berlusconi, spingendolo a tuffarsi nelle elezioni durante un incontro a Milano nell’aprile del 1993. Secondo un testimone della DC, Craxi mentre parlava camminava per la stanza come un’animale braccato. Dobbiamo trovare un’etichetta, un nuovo nome, un simbolo che possa unire gli elettori che prima votavano per la vecchia coalizione di cinque partiti disse Craxi a Berlusconi. Hai persone in tutta la penisola, puoi raggiungere quella parte dell’elettorato che è disorientata, confusa, ma anche determinata a non essere governata dai comunisti e così salvare il salvabile. Poi Craxi si sedette e iniziò a disegnare una serie di cerchi concentrici su un pezzo di carta. Questo è un collegio elettorale. Ci saranno dentro 110.000 persone, di cui circa 80.000-85.000 con diritto di voto. Di questi solo 60.000-65.000 che votano davvero. Con l’arma che hai con le tue emittenti televisive, martellando con la propaganda a favore di questo o quel candidato, tutto quello che devi fare è radunare 25.000-30.000 persone per avere un’alta probabilità di stravolgere le proiezioni. Succederà per via dell’effetto sorpresa, per il fattore delle TV e per il desiderio di molti non-comunisti di non essere governati dai comunisti. Poi Craxi sia alzò per andarsene. Dopo averlo accompagnato, Berlusconi disse: Bene, adesso so cosa fare.

Sebbene alla fine della sua epoca, la DC, sotto la pressione della competizione, era scesa agli stessi livelli di disonestà del PSI, storicamente c’è stata una differenza significativa fra il modello politico di Craxi e la Democrazia Cristiana. La DC non solo godeva dell’aura riflessa di una veneranda fiducia, ma aveva una solida base sociale che il fragile apparato di Craxi non acquisì mai; inoltre aveva sempre resistito alla leadership di un uomo solo, restando una rete intricata di fazioni controbilanciate, immune al culto dell’uomo forte. Alla fine, nonostante i molti miliardi di lire raccolti come tangenti da imprenditori e uomini d’affari, poco andò nelle tasche personali dei suoi capi, i cui stili di vita non furono mai tanto appariscenti come quelli di Craxi e dei suoi colleghi. Quasi nessuno dei suoi massimi esponenti veniva dalla Lombardia. Culturalmente, provenivano da un altro mondo.

Così Berlusconi, catapultato sulla scena politica nel momento in cui Craxi fuggì in esilio, incarna forse la più profonda ironia della storia del dopoguerra di qualunque società occidentale. La Prima Repubblica collassò fra il pubblico scandalo per l’esposizione dei livelli stratosferici di corruzione, solo per partorire una Seconda Repubblica dominata da un ancora più sfolgorante monumento di illegalità e corruzione, a paragone della quale i misfatti di Craxi rimpiccioliscono. Né la nuova disonestà era limitata al governatore e al suo seguito. Sotto di loro, la corruzione continuava a prosperare ininterrotta. Pochi mesi dopo che il Presidente della Campania Antonio Bassolino  ex PCI fosse accusato di frode e peculato, il Presidente dell’Abruzzo Ottavio Del Turco, un altro sostenitore del centro-sinistra ex PSI - fu arrestato dopo che un magnate della sanità privata confessò di avergli pagato una tangente di sei milioni di euro in contanti. Berlusconi è la chiave di volta di un sistema molto esteso. Ma, come attore politico, il merito per l’inversione di ciò che si pensava fosse la cura per le malattie della Prima Repubblica ad opera della Seconda apparteneva in primo luogo a lui. L’Italia non ha tradizione più radicata del trasformismo: la trasformazione per osmosi di una forza politica nel suo opposto, come classicamente praticato da Depretis alla fine del ‘800, assorbendo la destra nella sinistra ufficiale, e da Giolitti all’inizio del ‘900, cooptando le riforme del lavoro ai benefici del liberalismo. Il caso della Seconda Repubblica è stato trasformismo su una scala più grande: non un partito, o una classe, ma un intero ordine convertito in ciò a cui intendeva porre fine.

Dove lo stato è andato, la società l’ha seguito. Gli anni dal 1993, in una sfera della vita dopo l’altra, sono stati i più disastrosi dalla caduta del fascismo. Di recente hanno prodotto i due più scottanti inventari di avidità, ingiustizia, abbandono e fallimento probabilmente mai apparsi in nessuna nazione europea dal tempo della guerra. I lavori di una coppia di combattivi giornalisti del Corriere della Sera, Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, "La Casta" e "La Deriva", sono diventati entrambi best-sellers: il primo ha collezionato 23 edizioni in sei mesi, e meritano di esserlo. Che cosa rivelano? Per cominciare, l’avidità della classe politica che governa la nazione. Alla Camera, i deputati dal 1948 hanno virtualmente sestuplicato i proprio salari in termini reali, con il risultato che nel Parlamento Europeo un deputato italiano prende 150.000 euro l’anno, circa il doppio di quanto guadagna di un membro tedesco o britannico, e quattro volte quello che guadagna uno spagnolo. A Roma, la Camera dei Deputati, il Senato e il Presidente del Consiglio occupano insieme almeno 46 edifici. Il Quirinale, dove risiede il Presidente della Repubblica -attualmente Giorgio Napolitano, fino a ieri esponente di rilievo dei comunisti, intransigente come i suoi predecessori- ha a disposizione più di 900 servitori di ogni genere, a conti fatti. Qual è il costo della residenza presidenziale, triplicato dal 1986? Due volte quello del Palazzo dell’Eliseo, quattro volte quello di Buckingham Palace, otto volte quello del presidente Tedesco. E i guadagni dei collaboratori più stretti? Nel 1993 Gaetano Gifuni, l’eminenza grigia di palazzo, al centro delle operazione dell’allora Presidente Scalfaro per proteggersi dalla giustizia, ricevette per i suoi servizi 557.000 euro in valuta corrente -molto più del salario di un Presidente americano. I trasporti? Nel 2007 in Italia c’erano non meno di 574.215 "auto blu" -limousine ufficiali- per una classe di governo di 180.000 rappresentanti eletti; la Francia ne ha 65.000. La sicurezza? Berlusconi ne da’ un esempio: 81 guardie del corpo, a spese dello Stato. Secondo alcuni calcoli, le spese per la rappresentanza politica in Italia, tutto sommato, equivale a quella di Francia, Germania, Gran Bretagna e Spagna messe insieme.

Sotto questa crosta di privilegi, un italiano su quattro vive in povertà. La spesa per l’istruzione, in diminuzione nel bilancio dal 1990, può contare su appena il 4,6% del PIL (in Danimarca è l’ 8,4%). Solo metà della popolazione ha un’istruzione successiva a quella dell’obbligo, circa 20 punti sotto la media europea. Non più di un quinto dei ventenni accede all’istruzione universitaria e tre quinti di questi l’abbandonano. Il numero dei letti d’ospedale per abitante è diminuito di un terzo sotto la nuova repubblica e ora è circa la metà di quello della Germania o della Francia. Nei tribunali, i casi penali richiedono in media 4 anni per raggiungere un verdetto, tempo preso in considerazione dai termini di prescrizione, che annullano fino ad un quinto dei casi. Nelle cause civili, la media per completare una causa per bancarotta è di 8 anni e 8 mesi. Alla fine del 2007, due pensionati settantenni che cercavano di fare causa contro l’Istituto di Assistenza Sociale, si sentirono dire che avrebbero avuto udienza nel 2020. Per quanto riguarda l’uguaglianza di fronte alla legge, in Italia un immigrato albanese accusato avere cercato di rubare una mucca nel proprio paese d’origine passa più giorni in prigione rispetto ad uno dei mega-truffatori dell’industria alimentare, Sergio Cragnotti, che distrusse i risparmi di milioni di concittadini. I politici sono trattati ancora meglio dei magnati: il braccio destro di Berlusconi, Cesare Previti, condannato per corruzione di giudici dopo un processo durato 9 anni e condannato a 6 anni di reclusione, ha fatto in tutto 5 giorni di prigione prima di essere rilasciato per svolgere servizio sociale.

Le infrastrutture materiali del paese non sono migliori delle pubbliche istituzioni. Porti: i sette maggiori porti in Italia, messi insieme, gestiscono meno traffico di merci di Rotterdam. Autostrade: metà dei chilometri della Spagna. Treni ad alta velocità: meno di un terzo dei convogli della Francia. Rete ferroviaria generale: di 13 chilometri più lunga che nel 1920. Linee aeree: Alitalia ha 23 aerei per passeggeri a lunga percorrenza, a confronto dei 134 di Lufthansa. Tutto contribuisce al deprimente record economico dell’ultimo decennio, quando il PIL è cresciuto al ritmo più basso di ogni altra nazione d’Europa e la produttività lavorativa è migliorata debolmente: solo l’1% tra il 2001 e il 2006. Il reddito pro capite - sempre in aumento di un modesto 2% l’anno tra il 1980 e il 1995 - è virtualmente stazionario dal 2000.

Allo stesso tempo, il divario della qualità della vita tra Nord e Sud è aumentato. Le organizzazioni criminali sono attive in più di 400 comuni del Mezzogiorno, abitati da circa 13 milioni di italiani, dove un imprenditori locale su tre denuncia un racket diffuso. Il tasso di partecipazione della forza lavoro è il più basso dell’Europa Occidentale e quello delle donne tocca il fondo: 30 punti sotto la Danimarca, 20 sotto gli Stati Uniti, 10 sotto la Repubblica Ceca. Né l’esclusione dalla produzione comporta alti livelli di riproduzione: solo 1,3 nascite per donna, facendo prevedere un crollo della popolazione da 58 a 47 milioni entro la metà del secolo. Già ora gli anziani oltre i 60 anni superano i giovani tra i 18 e i 24 anni nella misura di tre a uno. L’età media dei votanti oggi è pari a 47 anni.

A redimere questa desolazione, con tutti gli intenti e propositi, è arrivato solo un miglioramento, nella creazione di posti di lavoro. La disoccupazione, al 12% a metà degli anni ’90, oggi è scesa al 6%. Ma la maggior parte di questo lavoro - metà dei nuovi posti di lavoro nel 2006 - comprende contratti a breve termine e buona parte è lavoro precario in nero. Non ha prodotto nessun dinamismo reattivo. Secondo la formula del sociologo napoletano Enrico Pugliese, l’Italia è passata dalla crescita senza posti di lavoro all’inizio della Prima Repubblica a posti di lavoro senza crescita sotto la Seconda, bloccando l’aumento della produttività. La predominanza di aziende medio-piccole, circa quattro milioni e mezzo, un quarto del numero totale nell’intera Europa prima dell’allargamento - ha soffocato gli investimenti nella ricerca, legando le esportazioni ai tradizionali punti di forza dell’abbigliamento, scarpe e simili, dove ora la competizione con i produttori asiatici a basso costo è più intensa. Le esportazioni di prodotti di alta tecnologia sono la metà della media europea e gli investimenti stranieri sono notoriamente bassi, frenati non solo dalla paura delle estorsioni e della mala amministrazione, ma anche dalla stretta difesa delle grandi imprese italiane, le cui proprietà e le cui banche sono notoriamente controllate da patti fra pochi potenti membri interni.

Nel passato, questo modello era prosperato grazie un tasso di cambio flessibile, adeguandosi alle sfide con l’estero con una svalutazione competitiva, e tollerando tassi relativamente alti di inflazione nazionale e finanze in passivo. Con l’ingresso dell’Italia nella moneta unica europea, la Seconda Repubblica pose fine a tutto ciò. I bilanci furono tagliati per adeguarsi ai criteri di Maastricht, l’inflazione fu tenuta a freno e non fu più possibile svalutare la moneta . Ma non si era materializzato alcun modello alternativo. Il regime della macro-economia era cambiato, ma la struttura della produzione non lo era. Il risultato fu il peggioramento delle condizioni per la ripresa. La crescita non fu liberata, ma asfissiata. Le quote delle esportazioni sono crollate e il debito pubblico, il terzo più grande al mondo, rimane ostinatamente oltre il 100% del PIL, beffandosi delle previsioni di Maastricht. Quando iniziò la Seconda Repubblica, l’Italia godeva ancora del secondo maggiore PIL pro capite fra i grandi stati europei, misurato a parità di potere d’acquisto, dopo la Germania  e una qualità della vita reale al sopra di quella di Francia e Gran Bretagna. Oggi è caduto sotto la media europea, abbassata dalla relativa povertà dell’Europa dell’Est, e sta quasi per essere superato da quello della Grecia.

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permalink | inviato da CittadinoInformato il 21/3/2009 alle 10:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
20 marzo 2009
Caos e Politica - Gli ultimi anni di storia italiana (Parte Prima)

Da Italiadall'estero.it, la storia della caotica politica italiana degli ultimi anni vista dall'Inghilterra (un po' lungo ma ne vale la pena):

London Review of Books

Un intero ordine trasformato in ciò a cui intendeva porre fine

Parte Prima

Nel biennio 1992-94, l’Italia era largamente considerata come rinata. I partiti che avevano a lungo governato - recentemente mal governato - la nazione erano stati tutti eliminati, dopo che la loro corruzione venne mostrata da un gruppo di magistrati senza paura, in un’elezione secondo un sistema nuovo e più funzionale - così era considerato - anche se il governo che emerse dalla votazione fu una sorpresa per molti di quelli che celebravano la fine del vecchio regime.

La nazione ora poteva vivere un nuovo inizio, a suo modo paragonabile a quello del 1945. Oggi la Seconda Repubblica, come poi fu chiamata, ha 15 anni, un tempo equivalente a quello intercorso tra la Liberazione e l’arrivo del centro-sinistra nella Prima Repubblica. E’ trascorsa un’era. Cosa c’è a dimostrarlo?

Per i suoi sostenitori, che godevano di un travolgente consenso nei media e nella pubblica opinione nei primi anni ’90, l’Italia aveva bisogno di una ricostruzione politica generale, per dare alla nazione un governo all’altezza di una società occidentale contemporanea. Onestà, stabilità, bipolarismo erano le parole d’ordine. La vita pubblica doveva essere ripulita dalla corruzione del vecchio ordine. I governi non dovevano cadere dopo pochi mesi. L’alternarsi al governo di due partiti moderati - o nel caso peggiore, coalizioni - uno tendente a destra e l’altro a sinistra, sarebbe dovuta essere la norma. Una volta che il sistema politico fosse stato rivisto secondo queste linee guida, le riforme necessarie per modernizzare la società italiana, portandola agli standard dati per scontati in altri paesi della comunità Atlantica, sarebbero potute essere infine messe in atto.

Dieci anni dopo il terremoto dell’operazione Mani Pulite, il bilancio della nuova Repubblica era vario, per i suoi sostenitori - frustrante per molti versi, ma non completamente deludente. Sul versante positivo, il paesaggio politico era stato trasformato, con l’eliminazione di tutti i partiti che avevano affollato la Prima Repubblica e la distribuzione dei loro successori in due opposti schieramenti che si alternavano alla carica. All’entrata dell’Italia nella zona dell’euro era seguito un grande cambiamento nell’economia, che arrestò da quel momento le tradizionali misure illusorie nazionali della svalutazione, dell’inflazione e dell’aumento del debito pubblico.

Sul versante negativo, due sviluppi erano preoccupanti. Il primo, sminuito a tutti i livelli dai moderati, era il fallimento della riforma elettorale del 1993 che intendeva epurare il sistema politico dai partiti minori, dalle convinzioni più radicali ai lati delle coalizioni opposte che ora erano schierate l’una contro l’altra, capaci di estorcere concessioni da queste ultime in cambio del proprio supporto. Il lavoro della nuova repubblica non sarebbe stato completo finché tale ricatto - il termine invariabilmente usato - non fosse stato eliminato.

La seconda causa di preoccupazione era meno universalmente pressante, nell’ordine delle cose. Ma la preminenza di Berlusconi, come il più spettacolare nuovo arrivato sulla scena politica, accrebbe ansie non limitate ai suoi avversari. Non solo era profondamente coinvolto nella corruzione dell’ultima fase della Prima Repubblica, ma come grande magnate dei media diventato politico impersonava un conflitto di interessi che in altre democrazie è considerato intollerabile, poiché controlla allo stesso tempo un impero privato e il potere pubblico, l’uno al servizio dell’altro. Vennero ripetutamente espresso il timore che si potesse creare un sistema di governo autoritario, diverso, ma geneticamente collegato alla precedente esperienza di potere plebiscitario della nazione. In ogni caso, negli anni all’inizio della Seconda Repubblica, queste paure rimasero più teoriche che pratiche, poiché tra il 1994 e il 2001 Berlusconi restò al governo per soli sette mesi.

Quando nella primavera del 2001 vinse finalmente un mandato completo, a sinistra si diffusero allarmi non solo del pericolo di uno sviluppo semi-dittatoriale, ma anche di un duro regime reazionario, una versione italiana dell’estremismo di destra. La realtà, comunque, si rivelò diversa. I risultati sociali ed economici del governo di Berlusconi furono scarsi. Non ci fu un significativo attacco allo stato sociale. Non ci furono tagli alla spesa pubblica, le pensioni furono alzate, e l’occupazione aumentò. Le misure per liberalizzare il mercato del lavoro e alzare l’età pensionabile rimasero sulla carta e i tagli alle tasse furono meno incisivi di quelli della socialdemocratica Germania. Le privatizzazioni, abbondanti sotto la coalizione di centro-sinistra tra il 1996 e il 2001 e introdotte prima della partenza per Bruxelles di Romani Prodi, quando l’Italia deteneva il record europeo per la vendita di beni pubblici, furono minime.

Il più grande vantaggio che il regime portò ai ricchi consistette nelle amnistie che concesse per l’esportazione illecita di capitali all’estero e nel lassismo dei controlli in patria. Fu approvata una legge sull’immigrazione apparentemente più dura, ma con pochi effetti pratici. All’estero, Berlusconi si unì a Blair e ad Aznar nel mandare truppe in Iraq, un aiuto all’occupazione americana cui il centro-sinistra non si oppose mai. Fu portato in Parlamento un pacchetto di riforme costituzionali che avrebbero dato un assetto più federale allo stato, con maggiori poteri alle regioni - la più grande priorità per la Lega Nord guidata da Umberto Bossi - ma che finì nel nulla in un referendum successivo. Berlusconi non mostrò particolare energia o impegno per nulla di tutto questo.

Le principali energie del suo governo erano rivolte decisamente altrove. La preoccupazione più grande di Berlusconi era proteggersi dai processi, nel ginepraio di casi pendenti contro lui per vari tipi di corruzione. Alla massima velocità, tre leggi consecutive furono spinte in Parlamento: per bloccare l’uso delle prove delle transazioni illegali avvenute all’estero, per depenalizzare il falso in bilancio e per permettere agli imputati di un processo di cambiare i giudici spostando il caso in un’altra giurisdizione. Quando la prima e la terza di queste leggi furono bocciate come incostituzionali dalla Corte Costituzionale, Berlusconi reagì con una quarta legge, più drastica, strutturata in modo da cancellare ogni possibile accusa contro se stesso garantendosi l’immunità penale in quanto Presidente del Consiglio, insieme al Presidente della Repubblica, della Camera e del Senato, inseriti come copertura. Nel tumulto generale, i magistrati di Milano, dove si stavano svolgendo i maggiori processi in cui Berlusconi era implicato, fecero ricorso anche contro questa legge che fu giudicata incostituzionale sei mesi dopo. Ma la raffica di leggi "ad personam" palesemente prioritarie nel programma del governo, ebbe effetto immediato, anche se non definitivo. Berlusconi non appena arrivato al governo venne assolto dalla corte di appello nel caso di corruzione di giudici per l’acquisizione del colosso editoriale Mondadori - non per mancanza di prove, ma per "attenuanti generiche", definite, in un memorabile riassunto della giustizia italiana, come l’importanza dell’attuale condizione sociale e individuale dell’imputato, ritenuta decisiva dalla corte. Prima che l’immunità formale dai procedimenti giudiziari fosse bocciata, era riuscita a terminare un altro importante caso contro Berlusconi e, quando il caso fu riaperto, un nuovo tribunale diede la sentenza voluta, assolvendolo.

Dopo aver protetto se stesso, doveva proteggere il suo impero. Secondo la legge, nel 2003 Mediaset avrebbe dovuto rinunciare a una delle sue reti TV. Una legge fu velocemente approvata per permettere che non solo mantenesse la rete, ma anche che godesse di enormi sovvenzioni indirette per il suo ingresso nella televisione digitale. Poiché Berlusconi ora dirigeva le sue emittenti private e controllava anche quelle dello Stato, il suo dominio sui media visivi era pressoché totale. Ma non riuscì a stabilire un’influenza stabile sulla pubblica opinione. Nel 2005, quando fu costretto al rimpasto del Consiglio dei Ministri, la popolarità del governo era crollata. In parte, ciò era dovuto all’indecoroso spettacolo delle leggi "ad personam", condannate non solo per le strade, ma anche da gran parte della stampa. Fondamentalmente però fu una reazione alla stagnante economia della nazione, dove la media dei redditi era cresciuta appena del’1% all’anno dal 2001, la cifra più bassa di tutta l’Unione Europea.

Vedendo le sue quotazioni precipitare velocemente nei sondaggi, la coalizione al governo cambiò bruscamente il sistema elettorale, abbandonando il sistema maggioritario per ritornare al proporzionale, ma con un premio largamente sproporzionato per la coalizione che avesse ottenuto più voti - il 55% dei seggi alla Camera dei Deputati - e uno sbarramento del 4% per ogni partito indipendente. Pensata per indebolire l’opposizione sfruttando la sua divisione in un gran numero di partiti, a differenza della maggioranza al governo, che era un unico blocco compatto, le nuove regole giocarono un ruolo importante nel risultato delle elezioni generali tenutesi nell’aprile del 2006. Contrariamente alle aspettative, il centro-sinistra vinse per un pelo - 25.000 voti dei 38 milioni giunti per la Camera dei Deputati - totalizzando invece meno voti del centro-destra per il Senato. Con un differenza inferiore allo 0,1% dei voti popolari, il premio diede una maggioranza di almeno 67 seggi alla Camera, ma al Senato poteva contare su una precaria maggioranza di soli 2 seggi a causa dell’anomalia - di nuova introduzione - del voto agli italiani all’estero. Credendo che sarebbe stata una facile vittoria, il centro-sinistra fu sorpreso dal risultato, che diventò una sconfitta psicologica. Prodi, di ritorno da Bruxelles, era di nuovo Presidente del Consiglio. Ma questa volta presiedeva un governo matematicamente, e moralmente, molto più debole che in passato.

Ora, non solo il centro-sinistra governava appeso ad un filo: mancava di qualsiasi obbiettivo organizzativo. Negli anni ’90, Prodi aveva avuto uno scopo centrale: l’entrata dell’Italia nell’Unione Monetaria Europea, il cui perseguimento diede al suo ruolo un obiettivo politico. La sua nuova amministrazione - che, a differenza di quella precedente, includeva come partito della coalizione Rifondazione Comunista, largamente considerata come una formazione di estrema sinistra - non aveva pari coerenza. Al Ministero delle Finanze, Tommaso Padoa-Schioppa, uno degli artefici della moneta unica europea, diede come priorità quelle di ridurre il debito pubblico - che era furtivamente aumentato di alcuni punti sotto Berlusconi - e di dare una stretta all’evasione fiscale, cosa che sortì qualche (anche se ufficialmente esagerato) effetto. Una serie di misure minori di liberalizzazione, pensate per rendere più semplice la vita ai consumatori nei settori della farmacia, dei taxi e simili, scomparvero velocemente. Venne accennata, ma niente di più, la settimana lavorativa di 35 ore, come placebo per tenere tranquilla Rifondazione Comunista mentre il centro-sinistra seguiva una politica estera di Atlantismo incondizionato. Il governo di Prodi rinforzò il contingente italiano in Afghanistan; ritirò molto gradualmente le truppe dall’Iraq, come già aveva in programma Berlusconi; approvò l’espansione della base aerea americana a Vicenza, che era stata una rampa di lancio per la Guerra dei Balcani; spedì forze in Libano come fortezza per Israele; e retroattivamente coprì rapimenti e detenzioni illegali su territorio italiano da parte della CIA.

Nessuna di queste cose diede popolarità a Prodi o ai suoi Ministri. L’aumento della pressione fiscale fece arrabbiare quell’elettorato di destra tradizionalmente evasore. La mancanza di qualsiasi significativa riforma sociale deluse gli elettori di sinistra. Cosa ancora più disastrosa, non fu fatto nessun tentativo né per affrontare il conflitto di interessi di Berlusconi, né per migliorare il livello nel campo della giustizia. Invece fu annunciata un’ampia amnistia, in teoria per svuotare le prigioni cronicamente sovraffollate, che in pratica rilasciò non solo criminali comuni, ma anche vari illustri condannati per corruzione. Questo "indulto", promulgato dal famigerato Clemente Mastella (il più oscuro politico della coalizione, ex membro della Democrazia Cristiana della Campania, poi nominato Ministro della Giustizia per trattenere il suo piccolo partito nei ranghi della coalizione), provocò grande indignazione. Nel 2007, con la reputazione di Prodi in caduta libera, la direzione dei DS - i Democratici di Sinistra, in cui si era trasformata la maggior parte del Partito Comunista Italiano - decise che trasformarsi in un Partito Democratico puro e semplice, abbandonando ogni associazione con la sinistra e assorbendo politici cattolici e ex radicali raggruppati nella componente della coalizione chiamata "Margherita", gli avrebbe permesso di prendere le distanze dalla caduta vertiginosa della reputazione del governo e di spiazzare Prodi dalla visibilità pubblica. Massimo D’Alema, Ministro degli Esteri del governo, era stato troppo danneggiato dal suo ruolo durante il crollo finale della precedente amministrazione Prodi per essere un candidato credibile a capo della nuova formazione; la direzione fu assegnata al suo rivale da lungo tempo Walter Veltroni, il sindaco DS di Roma, una scelta più fresca. Privatamente, i due uomini si disprezzano reciprocamente - D’Alema considera Veltroni uno stupido, Veltroni considera D’Alema un furfante. Ma pubblicamente, insieme con un disparato gruppo di devoti e trasmigrati, unirono le forze per far nascere un nuovo partito di centro, ripulito da ogni connessione con un passato compromesso. In autunno Veltroni si era più o meno apertamente posizionato come alternativa a Prodi, che teoricamente aveva ancora tre anni di carica - ripetendo in effetti un’operazione già intrapresa alle spese di Prodi da D’Alema alla fine del 1998.

Questa volta, però, le ambizioni erano maggiori e le capacità minori. Lo scopo di Veltroni non era rimpiazzare Prodi a capo della coalizione esistente, ma di contare su elezioni anticipate che lo portassero al potere come capo di un partito che avrebbe rivaleggiato con Berlusconi per novità, grandezza e supporto popolare. Ma le sue limitazioni erano evidenti da tempo. Sembrando vagamente una versione di Woody Allen più paffuta e dagli occhi sgranati, Veltroni - entusiasta di futilità cinematografiche e calcio; deliziato dal dare la propria voce ad un cartone della Disney; autore di opuscoli come "Trentotto dichiarazioni d’amore al più bel gioco del mondo" - aveva il vantaggio di apparire più sincero di D’Alema, più spontaneamente conformista, ma possedeva poco del suo acume.

Nel novembre del 2007 il blocco di centro-destra rischiava di cadere a pezzi, quando Berlusconi - frustrato dal non essere riuscito a rovesciare il governo Prodi in Parlamento - improvvisamente trasformò Forza Italia in una nuova organizzazione, il Popolo della Libertà, esigendo che i propri alleati, all’infuori della Lega Nord, si unissero come unico partito italiano della libertà. Sia Gianfranco Fini sia Pier Ferdinando Casini, leader delle ex componenti fascista (AN) e cattolica (UDC) della sua coalizione, si ribellarono. Invece di sfruttare il loro malcontento e dividere il centro-destra, Veltroni si offrì zelantemente a Berlusconi come degno partner nel compito di semplificare la politica italiana in due grandi partiti moderati. Il significato di questa mossa era chiaro a tutti: ancora una volta, come a metà degli anni ’90, si tentava di ottenere un accordo per un nuovo sistema elettorale pensato per eliminare i piccoli partiti, lasciando i nuovi arrivati PD e PdL al comando del campo politico. Nelle file dell’opposizione, questo pericolo portò Fini a piegarsi tempestivamente, ritornando alla coalizione con Berlusconi e restituendo compattezza al centro-destra. Nella coalizione al governo, l’effetto boomerang fu un ancora più letale.

Mentre le negoziazioni tra Veltroni e Berlusconi procedevano a Roma, al Sud si intensificava una crisi pronta ad esplodere. A fine dicembre gli spazzini smisero di lavorare a Napoli e dintorni, dove le discariche erano piene, lasciando enormi pile di spazzatura in decomposizione ad accumularsi per strade e quartieri. Lo smaltimento dei rifiuti nella regione era da molto tempo un racket lucroso controllato dalla Camorra, che trasportava rifiuti tossici dal Nord industriale alle discariche illegali in Campania. Sia la regione sia la città di Napoli erano state aree del centro-sinistra per più di dieci anni - il presidente della regione (ed ex sindaco) dell’ex-PCI, il sindaco dell’ex-DC. Con la coppia Antonio Bassolino e Rosa Russo Jervolino (di cui il primo è di gran lunga il più importante), ci si era enormemente vantati per l’eccezionale lavoro svolto nel riportare Napoli alla sua bellezza originaria e per l’avvento di un’amministrazione pulita ed innovativa in Campania. In realtà, a prescindere dagli abbellimenti municipali, la corruzione e la criminalità prosperavano incontrastate e il governo Prodi non aveva prestato nessuna attenzione a ciò che stava succedendo nelle proprie giurisdizioni. A gennaio dello scorso anno, i cittadini di Napoli si sollevarono in furiose proteste contro i cumuli di putrescenza che li tormentavano. Il danno al governo di centro-sinistra fu incalcolabile.

Due mesi dopo, la caduta rovinosa si unisce, con particolare prontezza, agli esiti della cecità tattica e morale della coalizione. Dopo pochi giorni dallo scoppio della crisi della spazzatura a Napoli, la moglie del Ministro della Giustizia, Sandra Mastella, presidente del Consiglio Regionale della Campania per il centro-sinistra, fu messa agli arresti domiciliari, accusata di tentata concussione nei confronti della ASL a favore del suo partito, l’UDEUR. Suo marito rassegnò le dimissioni per protesta e fu subito rinominato da Prodi. Ma Mastella, la cui fedeltà era già stata indebolita dal mancato rispetto dell’omertà generale a Napoli, aveva capito che il disastro sarebbe stato imminente per il suo partito, se l’accordo tra Veltroni e Berlusconi fosse andato a buon fine. Per fermarlo, cambiò schieramento e i suoi due senatori alla Camera provocarono la caduta del governo. In un tumulto, i parlamentari di centro-destra esplosero di gioia, stappando bottiglie e spruzzando di champagne il velluto rosso delle poltrone del semicerchio di Palazzo Madama.

Trovandosi a pagare il prezzo per aver fatto male i calcoli, Veltroni doveva ora partecipare ad un’elezione con poco preavviso, senza avere il tempo di affermare il proprio partito o se stesso come faro del dialogo civile in una società eccessivamente dominata dalle fazioni. Rifiutando ogni intesa con i tre partiti più piccoli della sinistra, il PD si mise in lista da solo, così da sottolineare la sua missione di dare all’Italia un governo moderno non compromesso dalla partecipazione degli estremisti - facendo un’eccezione, all’ultimo momento, per l’Italia dei Valori, il piccolo partito fedele al magistrato più combattivo di Mani Pulite, Antonio di Pietro. Berlusconi, dal canto suo, avendo già integrato il gruppo di Fini nel proprio nuovo partito, non si faceva scrupolo a dare battaglia insieme ai suoi alleati - soprattutto la Lega Nord, ma anche il minore e regionale Movimento per l’Autonomia del Sud. La campagna fu universalmente giudicata come la più noiosa della Seconda Repubblica, con il centro-sinistra e il centro-destra che proponeva programmi socio-economici virtualmente identici, finché all’ultimo momento Berlusconi promise di abbassare l’ICI. A parte questo, le due fazioni differivano solo nelle rispettive retoriche sulla morale (come proteggere la famiglia) e sulla sicurezza (come combattere il crimine). Veltroni si spinse così in là nella sua scelta di evitare ogni scontro con Berlusconi che arrivò a non pronunciare mai nemmeno il suo nome, parlandone invece rispettosamente solo come "il mio avversario". Il suo pubblico non ne fu colpito.

La grandezza del disastro che seguì superò ogni aspettativa. Il centro-destra schiacciò il centro-sinistra con un margine del 9,3%, circa 3,5 milioni di voti, conquistando una netta maggioranza di quasi 100 seggi alla Camera e 40 al Senato. All’interno della coalizione vincente, tuttavia, l’incremento fu dovuto al PdL recentemente costituito (in cui si erano fusi Forza Italia ed AN), che in realtà fini con l’ottenere 100.000 voti in meno di quanti i due partiti se ne fossero assicurati nel 2006. La grande vincitrice fu la Lega, i cui voti aumentarono di 1,5 milioni, accordandole virtualmente tutto l’aumento delle preferenze totalizzate dal centro-destra. Il PD, che si era presentato come il partito progressista di centro in cui tutti gli italiani ben disposti si sarebbero potuti radunare, ottenne un completo fallimento. Con solo poco più del 33% dei voti, raccolse appena un po’ più di supporto - un po’ meno, secondo una stima - delle sue singole componenti nel 2006. In realtà, questo risultato fu raggiunto solo con il "voto utile" di circa un quinto di chi precedentemente votava per i partiti della sinistra effettiva, che questa volta si era combinata in una alleanza arcobaleno ed era stata spazzata via per non aver raggiunto la soglia del 4%, con una perdita di circa 2,5 milioni di voti. Complessivamente, il valore aggiunto del Partito Democratico, creato per rimodellare il panorama politico attirando gli elettori del centro-destra, si rivelò pari a zero.

Lo shock delle elezioni del 2008 fu paragonato a quello del 1948, quando la Democrazia Cristiana trionfò in modo così schiacciante sui Comunisti e Socialisti da mantenere il potere ininterrottamente per 44 anni - questo avvenne prima dei sondaggi di opinione, quindi c’erano meno previsioni-. Se oggi una egemonia così duratura non si prospetta per il centro-destra, la situazione del centro-sinistra, e in realtà di tutta la sinistra italiana, è per molti aspetti - morale, organizzazione, idee, supporto di massa - molto peggiore di quella del PCI o del PSI di sessant’anni fa: sarebbe più appropriato parlare di una Caporetto della sinistra. Punto centrale della disfatta fu la sostituzione della sinistra con la Lega, fra i lavoratori del nord. L’abilità dei partiti di destra di accaparrarsi il favore dei lavoratori a scapito delle tradizionali alleanze con la sinistra è diventato uno schema diffuso, quasi ininterrotto. Prima realizzato dalla Tatcher in Gran Bretagna, poi da Reagan e Bush in America e più recentemente da Sarkozy in Francia, tra le maggiori società occidentali finora resiste solo la Germania. La Lega, da questo punto di vista, può essere semplicemente vista come l’esempio italiano di una tendenza generale. Ma ci sono certe caratteristiche che la rendono un caso speciale e singolare.

Il primo, e fondamentale, è che la Lega non è un partito istituzionale, ma un movimento di rivolta. Non c’è nulla di conservatore nella Lega; la sua ragione d’essere non è l’ordine, ma la ribellione. Il suo forte è la protesta sgolata e rumorosa. Di solito, i movimenti di protesta hanno vita breve - vanno e vengono. La Lega, invece, è ora il più vecchio partito politico in Italia, in realtà l’unico che ha alle spalle 30 anni di attività. Non è una episodio fortuito prodotto dalle azioni casuali della frantumazione della Seconda Repubblica. Ciò riflette la seconda peculiarità della Lega, il suo dinamismo come organizzazione di massa, che conta su cellule e militanti che lo rendono "l’ultimo partito Leninista in Italia", secondo le parole di Roberto Maroni, forse il politico più vicino a Bossi. In buona parte del Nord, la Lega svolge in qualche modo il ruolo che fu del PCI, come i veterani comunisti spesso osservano rassegnati, con grandi risultati nelle ex roccaforti "rosse" dell’industria, una dopo l’altra: la fabbrica della Fiat a Mirafiori, il grande impianto petrolchimico a Porto Marghera, il famoso quartiere operaio di Sesto San Giovanni fuori Milano, che fu il set del film di Visconti del 1950 "Rocco e i suoi fratelli". Questo comunque non significa che sia diventato un partito basato sulla classe operaia. Anche se ha ottenuto molti voti dalla classe lavoratrice al Nord, il cuore della forza della Lega risiede, come sempre, tra i piccoli artigiani, negozianti e lavoratori in proprio che una volta erano fortezze della DC: le province cattoliche del Nord-Est, ora sempre più secolarizzate, dove l’odio per le tasse e l’ingerenza dello stato sono particolarmente forti. Qui il risentimento per i trasferimenti di denaro al Sud, visto come una palude di parassiti fannulloni, ha favorito il decollo della Lega alla fine degli anni ’80. L’immigrazione dai Balcani, dall’Africa e dall’Asia, che è quadruplicata negli ultimi dieci anni, è ora la fobia più diffusa insieme al razzismo e al pregiudizio contro l’Islam. Come prevedibile, lo spostamento dell’obbiettivo ha contribuito al diffondersi dell’influenza della Lega fra le classi lavoratrici del Nord, più esposte alla competizione nel mercato del lavoro che all’IVA.

Ma la fonte ancora più importante del successo popolare della Lega è forse il suo stile triviale. La sfida alla delicata affettazione dei convenzionali discorsi politici, praticata a Roma, conferma l’identità della Lega come estranea al sistema, vicina al linguaggio schietto della gente comune. Ai capi del partito piace rompere i tabù, in ogni direzione. Il suo essere politicamente scorretti non si limita alla xenofobia. In materia di politica estera, si è ripetutamente infischiata del consenso ufficiale, opponendosi senza inibizioni alla Guerra del Golfo, alla Guerra dei Balcani e al Trattato di Lisbona, e ha richiesto tasse doganali per bloccare le importazioni a basso costo dalla Cina. In ogni caso, rompere i cocci a parole è una cosa; fare politica è un’altra cosa. Dopo il periodo di solitudine tra il 1996 e il 2001, la Lega non si è mai ribellata alle decisioni convenzionali dei governi di centro-destra di cui faceva parte, lasciando solitamente la sua retorica a fungere da compensazione per i compromessi pratici. Ma non si tratta di dipendenza da Berlusconi. Piuttosto è il contrario: senza la Lega, Berlusconi non avrebbe potuto vincere le elezioni in cui ha prevalso, meno che mai in quelle del 2008. L’artefice dell’alleanza tra le due parti, Giulio Tremonti, ora di nuovo Ministro delle Finanze, non a caso è sia l’autore di una critica alla libera globalizzazione più severa di quanto i democratici di Veltroni si siano mai azzardati ad osare, sia la figura più potente dell’attuale governo, dopo lo stesso Berlusconi.

Se la Lega è stata la principale nemesi di quella parte del PCI - la maggioranza - che aveva pellegrinato dal comunismo al social-liberismo senza fare neanche una tappa nella social-democrazia, la sorte della minoranza che cercava di rifondare un comunismo democratico è stata ampiamente auto-inflitta. Nelle elezioni del 2006, invece di mantenere le distanze dalla coalizione di Prodi - come aveva fatto con buoni risultati nel 1996, quando un reciproco patto di non belligeranza gli aveva permesso di entrare in Parlamento come partito indipendente rappresentando circa il proprio numero effettivo di elettori - Rifondazione Comunista accettò di diventarne un membro vero e proprio. Il suo leader, Fausto Bertinotti, fu ricompensato con il ruolo di Presidente della Camera, nominalmente la terza carica più importante dello Stato italiano dopo il Presidente della Repubblica e il Presidente del Consiglio, fornito di privilegi ufficiali di ogni genere e con l’accesso automatico ai media. Questa onorificenza vuota, come sperato, gli diede alla testa, assicurando in questo modo che RC diventasse una docile appendice della coalizione al governo, incapace di ottenere da essa qualunque concessione, condividendo inevitabilmente il discredito in cui era caduta. Mantenendo questo schema, il partito votò a favore del rifinanziamento della missione in Afghanistan non molto tempo dopo che Bertinotti aveva spiegato che il grande errore della sinistra nel ‘900 era consistito nel credere che la violenza potesse essere uno strumento per un graduale cambiamento era ora accettabile solo la sua rinuncia al pacifismo assoluto. Come prevedibile, la combinazione di coinvolgimento e rinnegazione fu suicida. Affrontando le elezioni in un’intesa dell’ultimo minuto con i Verdi e i rimanenti DS che non potevano sopportare la caduta anche solo di un rifermento nominale alla sinistra nel PD, Rifondazione fu annientata. Milioni di elettori abbandonarono un partito che aveva buttato via la propria identità.

Leggi la Parte Seconda.



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SOCIETA'
19 marzo 2009
Schizofrenia legislativa e crisi etica
L'espressione "inflazione legislativa" indica un concetto che nel nostro ordinamento può essere più efficacemente descritto con l'espressione "schizofrenia legislativa". Si tratta di un fenomeno che non risparmia alcun settore del diritto, tanto è vero che l'elevatissimo numero di leggi attualmente in vigore ha spinto l'attuale Governo ad istituire un apposito Ministero per la "semplificazione legislativa".
L'inflazione legislativa vale anche per l'ambito penale. Se è vero che la parola d'ordine negli ultimi anni è stata la depenalizzazione (e decriminalizzazione), d'altro lato fra una emergenza e l'altra si sono istituite nuove fattispecie criminose, la cui introduzione vanifica in gran parte la portata di tale opera di depenalizzazione. Questo avviene anche perché il sentire comune impone che la regolazione di un comportamento, cioè la prescrizione contenuta in una norma, venga percepita con "indifferenza" dai consociati se non contiene una sanzione che punisce la sua mancata osservanza. E la sanzione che produce il maggior effetto deterrente è quella penale. Tutto ciò è assolutamente in linea con la cultura del Paese, un paese dove, come osserva Piercamillo Davigo (in "Processo accusatorio e riti alternativi"),
«di solito si scrive "è severamente vietato" perché se si scrive semplicemente "è vietato" non gliene importa niente a nessuno. Un paese in cui quasi tutto è vietato».
Ma questa, spiega il magistrato, è una questione fondamentale che segnala una grave arretratezza culturale. Più che cittadini, potremmo forse chiamarci sudditi, laddove al suddito sono imposti una serie infinita di obblighi e divieti la cui violazione è normalmente tollerata, ma è sempre meglio avere degli "amici" poiché, come diceva Giolitti, "le leggi si applicano per i nemici e si interpretano per gli amici".
Ciò deve far riflettere, giacché una mentalità di questo tipo è estranea all'area geografico-culturale a cui riteniamo di appartenere, cioè quella europea, tanto che un'economista affermò anni addietro che l'Italia si trovava ad un bivio: o entrare in Europa o entrare nel Mahgreb.

Allora, come cambiare le cose?
Chiosa Davigo, ed è difficile non essere d'accordo, che le leggi non possono sostituirsi alla coscienza civile, all'etica di una società; ma in Italia c'è una crisi etica molto grave. Infatti, non tutto ciò che è lecito dal punto di vista strettamente giuridico, e in particolare sotto il punto di vista della legge penale, è approvabile e non censurabile sul piano etico-morale. Se vi fossero sistemi di controllo etico da parte dei consociati non vi sarebbe bisogno di un intervento del legislatore in ogni partizione della vita sociale. Lo si può confutare nella nostra vita quotidiana.
Inevitabilmente però il discorso si riflette anche sulla sfera politica, in cui il problema si evidenzia in tutta la sua gravità e in modo emblematico. Se un politico è sotto processo, o anche solo indagato, ciò che realmente (e nell'immediato) conta non è tanto il dato formale della pendenza o non pendenza del procedimento, quanto piuttosto il dato sostanziale, cioè i fatti. Può anche darsi che una determinata condotta, seppur censurabile e criticabile, non costituisca illecito penale, ma  tuttavia abbia quantomeno delle conseguenze in sede politica; in altre parole, un giudizio di tribunale ha basi diverse rispetto al giudizio dell'opinione pubblica, il quale si basa su di un rapporto fiduciario fra il politico e l'elettore. Il giudice applica le leggi, il cittadino applica norme morali, delle quali pretende il rispetto anche da parte di colui cui delega la sua rappresentanza.
Gli atteggiamenti dei politici italiani, perlomeno della maggioranza di essi, sono purtroppo di segno contrario. Recentemente, si è addirittura dovuto assistere ad un festeggiamento con tanto di cannoli per la condanna di un ex presidente di Regione per favoreggiamento semplice invece di una condanna per concorso esterno in associazione mafiosa.

E allora, tanto per citare un illustre esempio che ben spiega quanto scrivo, chiudiamo con quanto diceva Paolo Borsellino:
«L'equivoco su cui spesso si gioca è questo: quel politico era vicino ad un mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con le organizzazioni mafiose, però la magistratura non lo ha condannato quindi quel politico è un uomo onesto. E no, questo discorso non va perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale, può dire, beh, ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria che mi consente di dire quest'uomo è mafioso. Però siccome dalle indagini sono emersi altri fatti del genere altri organi, altri poteri, cioè i politici, le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, i consigli comunali o quello che sia dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi che non costituivano reato ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza: questo tizio non è mai stato condannato quindi è un uomo onesto. Il sospetto dovrebbe indurre soprattutto i partiti politici quantomeno a fare grossa pulizia, non soltanto essere onesti, ma apparire onesti facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti anche se non costituenti reati».



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SOCIETA'
15 marzo 2009
14 novembre 1974 - Pasolini sapeva.
Sembra passato un secolo, dal 1974, quando sul Corriere della Sera usciva un articolo di Pier Paolo Pasolini, intitolato "Cos'è questo golpe? Io so". Pasolini sapeva. Pasolini era un intellettuale che non riuscì a rimanere indifferente alla delirante deviazione dei poteri, al connubio fra poteri democratici e poteri occulti, al decadimento della vita politica e della società italiana. Pasolini fu ucciso.
35 anni dopo nulla è cambiato. A pronunciare "Io so", nel 2009, è stato Beppe Grillo, un comico di professione. Il silenzio degli intellettuali italiani pesa come un macigno sulla perdurante crisi civile. La società civile è l'unico terreno in cui può svilupparsi il germe del cambiamento e del rinnovamento. L'aridità sociale in cui si trova il nostro paese è un segnale che incute pessimismo, timore e omertà. L'assenza di voci autorevoli che invochino valori smarriti, dimenticati, sapientemente occultati ed offuscati, sembra lasciare questa nazione al suo triste destino, una nave alla deriva.
L'attuale democrazia televisiva cancella, distrugge, annebbia, rieduca, modella coscienze e pensieri, costruisce il nuovo cittadino-consumatore italiano, detta le sue paure, esigenze, priorità, gli indica ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Costruisce l'italiano del nuovo secolo, a immagine e somiglianza del Proprietario della democrazia televisiva. Dell'Amministratore Delegato dell'Azienda Italia. Del Responsabile Marketing dell'Area "Politica e affini".
L'assenza del senso comune, della solidarietà diffusa rende una società indifferente al suo miglioramento, egoisticamente rivolta al bene del singolo e alla sua inconsapevole autodistruzione.


Cos'è questo golpe? Io so

di Pier Paolo Pasolini

Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato "golpe" (e che in realtà è una serie di "golpe" istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del "vertice" che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di "golpe", sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli "ignoti" autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l'aiuto della Cia (e in second'ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il '68, e in seguito, sempre con l'aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del "referendum".
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l'altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l'organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio "progetto di romanzo", sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il '68 non è poi così difficile.
Tale verità - lo si sente con assoluta precisione - sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all'editoriale del "Corriere della Sera", del 1° novembre 1974.
Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi.
Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.
A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale.
Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.
Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi - proprio per il modo in cui è fatto - dalla possibilità di avere prove ed indizi.
Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi.
Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi.
Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.
All'intellettuale - profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana - si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici.
Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al "tradimento dei chierici" è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere.
Ma non esiste solo il potere: esiste anche un'opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano.
È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all'opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell'Italia e delle sue povere istituzioni democratiche.
Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico. In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario - in un compatto "insieme" di dirigenti, base e votanti - e il resto dell'Italia, si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un "Paese separato", un'isola. Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel "compromesso", realistico, che forse salverebbe l'Italia dal completo sfacelo: "compromesso" che sarebbe però in realtà una "alleanza" tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell'altro.
Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito comunista italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo.
La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l'altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività.
Inoltre, concepita così come io l'ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l'opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere.
Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch'essi come uomini di potere.
Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch'essi hanno deferito all'intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l'intellettuale viene meno a questo mandato - puramente morale e ideologico - ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore.
Ora, perché neanche gli uomini politici dell'opposizione, se hanno - come probabilmente hanno - prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono - a differenza di quanto farebbe un intellettuale - verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch'essi mettono al corrente di prove e indizi l'intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com'è del resto normale, data l'oggettiva situazione di fatto.
L'intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento.
Lo so bene che non è il caso - in questo particolare momento della storia italiana - di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l'intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella che - quando può e come può - l'impotente intellettuale è tenuto a servire.
Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l'intera classe politica italiana.
E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi "formali" della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista.
Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico - non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento - deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi.
Probabilmente - se il potere americano lo consentirà - magari decidendo "diplomaticamente" di concedere a un'altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon - questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato.

Corriere della sera, 14 novembre 1974




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politica interna
13 marzo 2009
La crisi della giustizia, secondo Magistratura Democratica
Alcuni stralci della relazione redatta dal segretario generale di MAGISTRATURA DEMOCRATICA, Rita Sanlorenzo, in occasione del XVII Congresso nazionale del 26/29 marzo 2009:

La netta affermazione della destra nelle elezioni del 2008 non è stata solo un normale e fisiologico avvicendamento nella guida del Paese. Essa rappresenta il trionfo di un progetto che avanza da anni, senza incontrare resistenze, culturali prima che politiche, capaci di avversarlo. E’ un progetto che postula in termini espressi l’insufficienza del modello costituzionale repubblicano al governo del cambiamento sociale, la sua inadeguatezza a far fronte alle trasformazioni che segnano la vita collettiva e i destini individuali, riguardando il mondo del lavoro, il sistema dell’economia, la richiesta di sicurezza dei cittadini, la questione epocale delle migrazioni. E’ un progetto che non investe soltanto i procedimenti decisionali, il sistema di bilanciamento dei poteri, le garanzie complessive, ma riguarda l’essenza stessa dello Stato costituzionale e cioè il suo fondamento egualitario e solidaristico.

Sotto il segno dell’emergenza e dell’eccezionalità, l’esecutivo ha assunto il governo anche dell’iniziativa legislativa, affidata per lo più a provvedimenti d’urgenza, su cui il Parlamento è chiamato a dare non molto più che una ratifica. Il cambiamento che investe l’equilibrio costituzionale, e che ne ha già determinato lo spostamento, investe inevitabilmente anche la collocazione del potere giudiziario. Il conflitto tra politica e magistratura, che ha segnato in questi anni il confronto sulla giustizia, sta per registrare una fase ulteriore, probabilmente sin qui non ancora vista. Non si conoscono ancora – nel momento in cui scrivo - le proposte specifiche ed articolate, ma il clima in cui esse vengono partorite è univoco e caratterizzato da un chiaro spirito di rivincita intorno al quale si cerca di aggregare il consenso e di aprire un dialogo tra maggioranza ed opposizione.

Sulla difesa del modello costituzionale della magistratura si gioca una partita essenziale, perché in esso si realizza il principio di eguaglianza del cittadino di fronte alla legge. E’ una difesa, peraltro, che non può fondarsi su una acritica tutela della corporazione in quanto tale, ma che richiede alla giurisdizione interventi rigorosi e credibili. Del resto, è stato l’esercizio diffuso e rigoroso dell’azione penale che ha consentito le iniziative coraggiose su cui negli anni scorsi la magistratura ha costruito non tanto un effimero consenso (che ora si dice le è venuto a mancare), quanto piuttosto una coesione del sentire sociale che ha consentito sino a qui il raggiungimento di un obbiettivo altrimenti irrealizzabile, la difesa della sua indipendenza e della sua autonomia dal potere politico.

Alla giurisdizione ci si rivolge - da più parti, ed in più accezioni - per avere risposta a un crescente bisogno di sicurezza: sicurezza di fronte alle aggressioni di molteplici forme di criminalità diffusa, ma anche – seppur con minore enfasi mediatica – sicurezza del lavoro e sul lavoro, sicurezza sociale (erosa dalla scomparsa di un modello di welfare rimasto senza alternative), sicurezza negli scambi economici e finanziari, sicurezza a fronte del dominio delle mafie e della criminalità organizzata, triste tradizione di molte parti del Paese. Questi bisogni interrogano in modo stringente anche la giustizia, per scontrarsi troppo spesso con la sua dilagante ineffettività, o per scoprirla insensibile, ed incapace di distinguere e di adeguare le sue risposte ad una tavola dei valori che il legislatore per primo sembra avere infranto. Così, per limitarsi al processo penale, il garantismo oggi non è più la chiave di legittimazione dell’agire dei giudici, ma un metro dotato di valenze diverse a seconda degli ambiti a cui viene associato, siano essi i procedimenti nei confronti della criminalità di strada, oppure quelli che toccano la classe dirigente del Paese. Emerge in questo modo una visione schizofrenica e piegata all’interesse contingente, che falsa ed impoverisce la doverosa riflessione sull’attualità e sul futuro del processo penale.

Un esempio per tutti. Gli stessi esiti (sin qui parziali) dei processi di Genova contro gli esponenti dei vertici della polizia per le violenze collegate alla riunione del G8 del luglio 2001 hanno suscitato insoddisfazione e sconcerto per le risposte “minimaliste” date a una vicenda buia per la storia della nostra Repubblica: ciò a cui ora ci chiama l’esame delle motivazioni, è, tra l’altro, la verifica delle soglie garantiste applicate nei confronti di quegli imputati, e della omogeneità delle stesse rispetto a quelle applicate nei confronti di tutti gli altri imputati, cittadini o stranieri, in tutte le aule giudiziarie d’Italia. Eppure, proprio i processi di Genova ci stanno ad indicare l’irrinunciabilità per la difesa del nostro assetto democratico, di un pubblico ministero autonomo ed indipendente, capace, nonostante le resistenze, le reticenze e persino gli inquinamenti probatori da parte di settori istituzionali, di trarre a giudizio non solo gli esecutori, ma addirittura la “catena di comando”, per affidare ad un pubblico dibattimento il vaglio delle prove ritualmente raccolte.
E’ sotto gli occhi di tutti: le vicende di questi ultimi anni hanno inciso anche sulla percezione tra i magistrati del ruolo stesso della giurisdizione. Anni di attacchi, e di delegittimazione, e la parallela progressiva perdita di effettività della giustizia, hanno rafforzato spinte centrifughe che muovono verso la ricerca dell’utile, e del risultato, anche a scapito della stretta osservanza delle regole.

La sempre maggiore attenzione ai media tende a trasferire fuori dal processo l’investimento nell’azione penale, sicché la fase centrale del procedimento è diventata, paradossalmente, quella delle indagini. Dopo l’adozione del modello (tendenzialmente) accusatorio è cambiato il modo di interpretare il ruolo della pubblica accusa, segnata da un maggior protagonismo, ma anche da una maggior solitudine. Così, da più parti si invoca una compressione del potere di iniziativa del pubblico ministero, o con trasferimento dello stesso in favore della polizia giudiziaria, o attraverso l’ulteriore accentuarsi del ruolo gerarchico del vertice dell’ufficio di procura. A fronte di ciò chi – come Magistratura democratica – ritiene irrinunciabile una giurisdizione unitaria, per cultura e per statuto, deve riflettere con rigore sui modi con cui nei fatti questa unitarietà si manifesta in concreto, valutare con attenzione le proposte riformatrici che guardano a meccanismi tesi a favorire, invece che ostacolare, lo scambio di funzioni, e ripercorrere problematicamente il percorso attraverso cui si è prodotto lo sbilanciamento del processo verso la fase inquirente, a scapito di quella giudicante.

Alla domanda – fortissima – di giustizia contro la corruzione la magistratura deve dare – come ha fatto in molti procedimenti all’epoca di Tangentopoli – risposte rigorose e determinate, tese ad individuare e condannare i colpevoli (ovviamente quando ci sono).
Questo è ciò che compete alla giurisdizione: non anche, come talora è avvenuto, la denuncia del malcostume diffuso o della mancanza di tensione etica nella classe dirigente. Alla domanda di giustizia i magistrati devono rispondere accertando le responsabilità di singoli; non anche denunciando il “contesto”, o il “quadro d’insieme”, perché non è questo che tocca alla giurisdizione, ma semmai alla stampa, agli osservatori politici, agli storici.
Su questa fermissima convinzione poggia il nostro esplicito dissenso da metodi di indagine, purtroppo non infrequenti, che hanno segnato da ultimo, le note vicende processuali a Salerno ed a Catanzaro.

Nello scontro che è in atto nel Paese, Magistratura democratica sta dalla parte di quei magistrati che si espongono, in condizioni ambientali difficili, spesso apertamente compromesse, per affermare il valore della legalità: sta dalla parte di quelli che hanno scelto di operare in territori dove questo valore sembra irrimediabilmente perduto, per dare ai cittadini una speranza ed una prospettiva, una risposta alla loro domanda di giustizia. Proprio la Calabria ha rappresentato in questi mesi un luogo emblematico, per il clamore delle vicende che vi si sono incrociate e che solo una visuale strabica ed interessata, all’interno ed all’esterno, ha cercato di ridurre ai processi partiti dalla Procura di Catanzaro: perché quel clamore mediatico e quella protratta esibizione in realtà hanno sortito l’effetto di oscurare ciò che in Calabria avveniva ed avviene, e che è nostro dovere ricostruire, denunciare e combattere.




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