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POLITICA
13 ottobre 2009
Golpe, complotto, avvicendamento


La tesi del golpe contro la democrazia e contro la volontà sovrana del popolo, del complotto contro il legittimo regnante, è l'ennesima grida disperata finalizzata ad offuscare fatti e debolezze politiche.

E' inoppugnabile che SB sia stato travolto dagli eventi, ai quali lui purtroppo non è estraneo. Al contrario ne è il protagonista: suona ipocrita e mistificante disconoscere ciò che lui stesso ha concorso a creare.

Per non andare troppo indietro nel tempo, basta ripercorrere gli ultimi mesi, a partire dallo scandalo delle showgirl da candidare al Parlamento europeo. E' un fatto, non una invenzione delle sinistre. La partecipazione di SB alla festa di tal Noemi e le sue dichiarazioni di stretta vicinanza con Papi. Ci è andato lui, la frequentava lui, con o senza genitori. Tarantini, le escort, le feste, D'addario. Era amico suo, le feste erano a casa sua, le escort le utilizzava lui. Liberamente.

Le esternazioni fuori luogo, le pessime battute dinanzi i Capi di Stato esteri, i teatrini. La derisione della stampa estera. Tutto opera sua, non certo dei golpisti.

Le sentenze, le indagini, i processi. Dell'Utri è amico suo. Con lui ha deciso, liberamente e consapevolmente, di fondare Forza Italia. Mangano lo assunse lui ad Arcore. La sentenza d'appello sul lodo Mondandori fu comprata da Previti per conto di Fininvest, di cui lui era il dominus. Mills era a suo servizio quando creò le molte società c.d. off shore per aggirare le leggi italiane. Ecc, ecc, ecc. La lista è lunga.

Ora, se una persona è coinvolta in fatti così incresciosi, per non perdere l'onorabilità e dignità proprie, anzitutto, eviterebbe di entrare nel gioco politico, ove la storia personale di un leader conta (o dovrebbe contare molto); eviterebbe di sottoporsi alle attenzioni pubbliche.

Oppure decide di entrarvi per risolvere i suoi mille problemi, eliminabili soltanto utilizzando in via diretta lo strumento legislativo a suo favore. Salvo poi gridare al complotto quando gli eventi inevitabilmente seguono il loro corso. Se si diventa premier da imputato, da premier molto probabilmente si riceverà la sentenza. E' inutile poi strillare che i giudici sono politicizzati. Ben si sapeva che dopo un processo giunge una sentenza. La favola della persecuzione con la discesa in campo è inutile.
Come se il ragazzino ruba le merende dei compagni, lo scoprono e si giustifica lacrimante coi genitori che i professori ce l'hanno con lui; con lui che ha tutti voti alti, è il migliore della classe, ma si vuole trovare il modo per bocciarlo perché sono invidiosi della sua intelligenza. E i genitori gli credono: guerra ai professori cattivi allora. E se il figlio mentisse?

A questo punto è sufficiente gridare al complotto della magistratura militarizzata, imbonire qualche milione di italiani sfruttando le proprie televisioni private e quelle che si controllano indirettamente mediante la scelta dei direttori di rete e dei telegiornali pubblici, confondendo le inefficenze croniche che da 40 anni martoriano la giustizia italiana, civile e penale, con le sentenze che accertano eventi in cui le aziende di SB e i suoi uomini hanno avuto ruoli poco dignitosi e non conformi a diritto. Tali sentenze, più che espressione di malagiustizia, sono un esempio della piena applicazione dell'art. 3 della Costituzione. Anche i potenti devono rendere conto alla giustizia. Le leggi penali valgono per tutti.

E ora la minaccia di riforme di stampo punitivo verso la magistratura. Si vuole davvero rendere celere il processo? Si intervenga sugli eccessivi formalismi di cui è infarcito il rito ordinario. La separazione della carriere c'entra molto poco. Nel 2007 è stata redatta una bozza di legge delega per riformare l'intero codice di procedura penale. Sembrerebbe un buon punto per iniziare una riforma organica. Invece si vuole colpire ben altro. L'indipendenza dei pubblici ministeri. In Italia l'azione penale dev'essere obbligatoria, se non si vuole vanificare il principio di uguaglianza. L'Italia non è la Francia, né il Regno Unito, né la Germania. Non ci possiamo permettere tanto. Immaginare di affidare alla discrezionalità di pubblici ministeri - che si vuole rendere dipendenti dall'esecutivo - la scelta di perseguire o meno fatti di reato, sarebbe profondamente rischioso.

Ma nella psicosi di massa guidata dalle televisioni, occorre ingigantire il nemico - ora i magistrati - per poi colpirlo nel consenso generale ma truccato. Il GIP scarcera il presunto stupratore applicando la legge? Separiamo le carriere. Il giudice penale condanna Mills? Separiamo le carriere. Il giudice civile condanna la Fininvest al maxi-risarcimento? Separiamo le carriere. Un giudice si permette di sollevare eccezione di incostituzionalità sul reato di immigrazione clandestina? Separiamo le carriere. E rendiamo i pm succubi dell'esecutivo. O espropriamoli delle indagini e affidiamoli alla polizia. E' evidente il non senso della propaganda di regime.

Torniamo al golpe, al complotto. Servizi segreti, poteri forti, le sinistre organizzate al di fuori dei circuiti parlamentari? Che bisogno hanno i poteri forti di intervenire quando SB si rovina con le sue stesse mani? E le opposizioni, incapaci di esprimere un leader, sarebbero capaci di organizzare piani complottisti così sofisticati?

Il complotto, se di complotto si vuol parlare c'è, ma all'interno della maggioranza. Una congiura di palazzo. Un lento distanziamento che prelude ad un semplice e ormai improcrastinabile avvicendamento. Il popolo italiano non ha bisogno di riproporre le divisioni idelogiche degli anni Settanta. Berlusconi sì, Berlusconi no.
Le macerie della sinistra avranno bisogno di tempo per ricomporsi. La destra italiana ha davvero una grande occasione. Una maggioranza schiacciante, da usare per ammodernare il paese e non per affondarlo al solo fine di risolvere i problemi di SB. Serve un cambiamento a destra. Una svolta liberale. SB ha fallito politicamente. Quando se ne renderanno conto gli elettori di questa parte politica, quelli che si richiamano al forte valore (di destra soprattutto) della legalità?

Pare che i dirigenti del centro-destra stiano iniziando a rendersi conto che difendere a tutto campo ed a occhi chiusi SB stia diventando controproducente. Qualcuno si chiede se non vi sia un problema di libertà di stampa a destra, anziché a sinistra. La linea politica delle destre non può essere dettata da quotidiani urlatori come "Il Giornale" (di famiglia).
Forse è giunta l'ora di riflettere se la destra italiana non sia in grado di esprimere un leader più credibile e possibilmente con meno procedimenti penali a carico, né immischiato in oscuri fatti di mafia, né iscritto alla (illegale) P2. Fini, Tremonti, Letta, ecc. Il materiale c'è. L'avvicendamento non sembra un'utopia, potrebbe davvero prospettarsi all'orizzonte, finalmente. Perché no?



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POLITICA
12 luglio 2009
Il colpo di grazia


E' davvero il colpo di grazia. Non si tratta delle confuse parole di Ignazio Marino, neocandidato alla segreteria del Pd, su cui - per una volta - mi trovo d'accordo con il direttore del Giornale, l'ottimo amico a quattrozampe Mario Giordano, il quale titola: «L'ultima tragicommedia», stroppiciandosi freneticamente le mani e sbellicandosi per la pochezza del "nemico". Ma non si tratta di questo.

Vero o falso che sia, il gesto simbolico dell'annuncio della candidatura di Grillo per la segreteria del Partito Democratico è un colpo di geniale surrealtà. Salutata da Marco Travaglio come «la notizia più divertente del decennio», l'evento non può che descrivere nel modo migliore possibile lo stato della politica italiana. Se qualcuno (Maurizio Blondet) aveva ironicamente proposto "for premier" Guido Bertolaso, vero factotum del governo, - «è, lui sì, un "uomo del fare", contrariamente al Salame (Berlusconi, ndr), uno che si sbatte, che parla poco e pensa prima di parlare, che va sui disastri anzichè dalla D’Addario. L’Italia è un disastro perenne, deve farsi amministrare dalla Protezione Civile» - immaginare un comico al capo di un partito e in lizza per guidare un futuro governo, riassume lo sbando politico, sociale, etico di questo paese.

Il sorriso è immediato. La presa in giro riesce bene. Eppure le parole di Grillo sono di una semplicità disarmante. Occorre solo fare lo sforzo di toglierle dalla bocca di un comico e immaginare che esse siano pronunciate da un intellettuale di sinistra, uno qualsiasi, uno solo, uno. Che non c'è. Allora niente, le pronunci Grillo: «Dalla morte di Enrico Berlinguer nella sinistra c'è il Vuoto. Un Vuoto di idee, di proposte, di coraggio, di uomini. Una sinistra senza programmi, inciucista, radicata solo nello sfruttamento delle amministrazioni locali. Muta di fronte alla militarizzazione di Vicenza e all'introduzione delle centrali nucleari. Alfiere di inceneritori e della privatizzazione dell'acqua. Un mostro politico, nato dalla sinistra e finito in Vaticano. La stampella di tutti i conflitti di interesse. Una creatura ambigua che ha generato Consorte, Violante, D'Alema, riproduzioni speculari e fedeli dei piduisti che affollanno la corte dello psiconano. Un soggetto non più politico, ma consortile, affaristico, affascinato dal suo doppio berlusconiano. Una collezione di tessere e distintivi. Una galleria di anime morte, preoccupate della loro permanenza al potere. Un partito che ha regalato le televisioni a Berlusconi e agli italiani l'indulto».

Si badi, sarebbe bello ascoltare anche un intellettuale di destra, uno qualsiasi, uno solo, uno, pronunciare qualche parola d'indignazione e di critica verso colui che guida la destra odierna italiana. Silenzio.

Intanto, si profila l'ennesima "sanatoria", passaggio obbligato a seguito della penalizzazione della clandestinità (ammenda da 5 mila a 10 mila euro) e conseguente trasformazione immediata in "veste criminale" di circa 400 mila persone presenti sul territorio italiano, il che comporterà un prevedibile appesantimento dei ruoli dei tribunali, che saranno probabilmente ingolfati da migliaia di procedimenti inutili, come denunciato dal Consiglio Superiore della Magistratura.
Spiega bene Giornalettismo.it che «nel 2007 il decreto-flussi ha permesso l’ingresso (in realtà la regolarizzazione) di 170 mila persone. Ci furono 741 mila domande. Fu fatto allora un secondo decreto flussi nel 2008, per altre 150 mila persone. Poi, il nuovo governo ha scelto l’approccio “duro” e lo stop ai flussi d’ingresso. Visto che non ci sono state espulsioni di massa (nel 2008 sono state 6 mila), il governo di centrodestra ha di fatto creato per legge almeno 400 mila clandestini: gente che voleva regolarizzarsi, di cui il ministero degli Interni conosce nome, cognome, indirizzo, datori di lavoro. Per arrestarli, non serve niente: basta trovare le carceri dove rinchiuderli, il personale per sorvegliarli e soprattutto i milioni di euro necessari per organizzare il rimpatrio. E poi mettere sotto processo i loro datori di lavoro. Aver fatto diventare “criminale” questa gente ope legis è ridicolo, più che razzista. Anche perché nel frattempo gli ingressi sono continuati. E il “nuovo corso” più "duro", quello dei respingimenti, serve a poco. Perché gli arrivi via mare non rappresentano più del 10-12%, dell’immigrazione irregolare dall’Africa verso l’Italia. Infatti nel 2008 sono sbarcate “appena” 30 mila persone, ma ne sono entrate molte di più. Perché la stragrande maggioranza, circa il 75%, arriva semplicemente con un regolare visto turistico, che alla scadenza trasforma spesso il turista in un immigrato irregolare, magari con un lavoro irregolare».
Effetti collaterali e indesiderati della difettosa legge Bossi-Fini.

In questi giorni di agriturismo aquilano con copertura mediatica 24 ore su 24 e pianificata celebrazione-salvataggio del leader degna di Kim Jong-Il, l'evento più rilevante è stato senza dubbio un pranzo al ristorante Reale di Rivisondoli. «Per le mogli dei Grandi della Terra verrà servito: gelato di "roveie" (legume selvatico quasi estinto dolciastro) con guanciale di Paganica croccante, Baccalà macerato in olio extravergine di oliva con granita di patate e assoluto di peperoni arrosto, tortello liquido di piselli con pomodoro fresco basilico e pecorino, vitello glassato con orapi croccanti e macedonia tiepida di patate, caldo freddo di cioccolato e finocchio. Particolare il pane: pane di solina (farina di grano tenero di altamontagna) pane di saragolla (farina quasi estinta utilizzata molto dai contadini negli anni 50)».

Invece, una notizia davvero degna della prima pagina è la seguente: dopo tre bocciature tre, Renzo Bossi (la "trota" del noto Umberto) ha passato l'esame di maturità.
POLITICA
6 luglio 2009
Operazione piombo fuso. Ventidue giorni di morte e distruzione


«Operazione piombo fuso - 22 giorni di morte e distruzione»
. Questo il titolo del rapporto di Amnesty International sulla guerra scatenata da Israele contro Hamas, a Gaza, tra il 27 dicembre 2008 e il 18 gennaio 2009. Secondo Amnesty, l'esercito israeliano s'è macchiato di crimini di guerra. Un'accusa, tuttavia, che l'organizzazione muove anche ad Hamas e alle altre milizie che hanno sparato indiscriminatamente i loro missili contro la popolazione israeliana del Negev.


Prescindendo da qualsiasi "tifo" pro-israeliani o pro-palestinesi, occorre limitarsi a valutare i fatti. In un tema come questo è facile sentirsi affibbiare l'epiteto di antisemita. Gli abitanti di Israele devono abituarsi che le critiche che vengono mosse a determinati fatti nulla hanno a che vedere con l'antisemitismo. Il governo di Israele non può essere immune dalle critiche, tantomeno dalla giurisdizione internazionale qualora si appurasse la commissione di crimini di guerra. Questa parola - antisemitismo - non può essere il paravento per compiere efferate operazioni di morte. L'Iran reprime con la forza gli oppositori? Indignazione internazionale? Bene, si dia il medesimo spazio agli eccidi di Gaza. Se non lo si fa, come era prevedibile, è inevitabile osservare che alcuni morti - per i mass media occidentali - valgono meno di altri.
Sulle ragioni di questo trattamento arbitrario, ciascuno faccia le proprie riflessioni.

Dal comunicato di Amnesty, i fatti:

Il rapporto, lungo 117 pagine e basato su prove raccolte dai delegati di Amnesty International, documenta l'uso da parte di Israele di armi da campo aperto contro la popolazione civile di Gaza, intrappolata e senza possibilità di fuga.
La scala e l'intensità degli attacchi contro Gaza sono state senza precedenti: il totale di 1400 palestinesi uccisi dalle forze israeliane comprende circa 300 bambini e altre centinaia di civili che non stavano minimamente prendendo parte al conflitto.
Molte delle vittime sono state uccise da armi ad alta precisione, grazie all'uso di droni dotati di visori di eccezionale qualità che consentivano di osservare i bersagli nei minimi dettagli. Altre sono state uccise da armi prive di precisione, tra cui i razzi lanciati dall'artiglieria e contenenti fosforo bianco, mai usato prima di allora a Gaza; armi che non dovrebbero mai essere impiegate in aree densamente popolate.

Amnesty International ha riscontrato come le vittime degli attacchi su cui ha condotto le indagini non siano rimaste uccise nel fuoco incrociato tra miliziani palestinesi e soldati israeliani e non stessero nascondendo miliziani o altri obiettivi militari. Molte sono state uccise durante il bombardamento delle loro case, nel sonno, mentre sedevano in cortile o stendevano il bucato. Bambini sono stati colpiti mentre giocavano sul letto o sul tetto delle case oppure all'esterno delle abitazioni. Personale medico e mezzi di soccorso sono stati presi di mira mentre cercavano di soccorrere i feriti o recuperare le vittime.

Gli attacchi israeliani hanno distrutto oltre 3000 abitazioni e ne hanno danneggiate altre 20.000, riducendo in macerie intere zone di Gaza e mandando in rovina una situazione economica già critica. Molte distruzioni sono state indiscriminate e non motivate da alcuna "necessità militare".

L'esercito israeliano non ha risposto alle richieste di Amnesty International, presentate più volte negli ultimi cinque mesi, di fornire informazioni sui casi specifici citati nel rapporto diffuso oggi né ha accettato di incontrare esponenti dell'organizzazione per discuterne le conclusioni.

Dal canto suo, Hamas ha continuato a giustificare il lancio quotidiano di razzi, da parte dei suoi miliziani e di altri gruppi armati palestinesi, contro città e villaggi del sud d'Israele per tutti i 22 giorni del conflitto. Sebbene meno letali, questi attacchi mediante razzi privi di guida, che non possono essere diretti contro obiettivi specifici, violano il diritto umanitario e non possono essere giustificati in alcuna circostanza.

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POLITICA
2 luglio 2009
Notizie dalla Rebupplica ilatiana


«Indagare sul ruolo dei servizi segreti esteri nel caso D’Addario». Il senatore a vita Francesco Cossiga ha presentato ieri una interpellanza per chiedere ai ministri dell’Interno, dell’Economia e della Giustizia di fare chiarezza dopo le dichiarazioni di ieri alla «Stampa» rese da Manila Gorio, la trans amica di Patrizia D’Addario, che ha ipotizzato un giro di denaro dietro le rivelazioni della escort pugliese sui suoi presunti incontri a Palazzo Grazioli con il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Dopo quell’intervista, dice l’ex capo di Stato, «bisogna ipotizzare nei confronti della D’Addario e dei suoi eventuali mandanti il reato di tentata estorsione o di tentata minaccia». Ma Cossiga ha anche chiesto che il governo ordini «ai nostri servizi di informazione e di sicurezza un’inchiesta al fine di accertare se vi è stata o vi sia da parte di servizi d’informazione esteri, anche di Paesi “alleati e amici”, un’operazione di “intossicazione” e di “disinformazione dell’opinione pubblica italiana e internazionale”, messa in piedi per “screditare e influire” sulla politica estera e militare del nostro Paese» (Il Giornale).

L'ultimo passo è strepitoso: un'operazione di intossicazione e disinformazione dell'opinione pubblica italiana. Per influire sulla nostra politica estera e militare. Ah, l'Italia così avrebbe anche una politica militare. Comunque, qui si contrappongono due visioni estreme e contrarie.
C'è chi pensa che parlare degli sviluppi di una indagine che coinvolge in una certa misura il nostro premier - seppur per motivi diversi da quelli per i quali è sorta quella indagine, per quanto ora è dato sapere - sia sovversivo e nasconda opere di disinformazione, complotti uzbeki e tanta fantasia psico-senile. E la disinformazione non è quella di Minzoloni, il quale nega la censura e sostiene la teoria del cittadino "diversamente informato".

C'è invece chi ha sete di essere informato, chi per sapere ciò che accade è obbligato a guardare Blob; chi non ne può più della cappa di silenzio dei media televisivi e delle stupide grida dei vari grandi fratelli, fratellini e amici vari; chi non accetta la linea editoriale filo-canina del Tg1; chi non capisce perché invece di far capire alla gente i reali effetti della crisi e ciò che potrà succedere, qualcuno dice che bisogna chiudere la bocca e non vendere la pubblicità a qualche giornale scomodo, magari dirottandola sulle altre grasse televisioni e giornali; chi se la ride amaramente dei teatrini dell'opposizione; chi poco a poco sta aprendo gli occhi sulle falsità che Berlusconi nasconde (ma quale grande imprenditore, ma quale famiglia unita, ma quali misure per la crisi, ma quali aiuti ai terremotati, ecc.).

C'è anche chi si stupisce vedere un certo Madoff, additato a incarnazione del male, essere condannato, previa sua dichiarazione di colpevolezza che a poco è servita per uno sconto di pena, a 150 anni di reclusione, per truffe che si aggirano sui 43 miliardi di euro. Dunque, facendo un breve calcolo e utilizzando gli stessi metri di giudizio, Tanzi, responsabile di un crac da 14,3 miliardi di euro in Usa verrebbe condannato a 50 anni esatti di reclusione; ed in pochi mesi. Ma si trova in Italia, l'ex re del latte, per sua grandissima fortuna.
Il giudice che ha inflitto la condanna, ha dichiarato che «il simbolismo della sentenza è importante perché attraverso questa si invierà un messaggio». Che messaggio invierà a noi lo Stato quando a Milano o a Parma i giudici diranno che i reati per cui Tanzi è imputato si sono prescritti? E qualcuno avrà anche il coraggio di dire che la colpa è dei giudici.
E addirittura ci si deve sorbire il responsabile del "crimine diabolico" mentre dice: «Lascio alla mia famiglia un'eredità di vergogna, come hanno detto alcune delle mie vittime. Sono responsabile di molta sofferenza e molto dolore. Chiedo scusa alle mie vittime. Mi dispiace».  Ti dispiace non essere qui caro Madoff. L'italianissimo Calisto "riparte dai muffin" aprendo una nuova impresa alimentare. E le scuse le lascia per il Padreterno, quando sarà il momento.

C'è chi è allibito da quanto accade in Sicilia: l'amministrazione isolana ai tempi di Cuffaro, senatore della Repubblica condannato in primo grado per favori a mafiosi, decise di garantire a qualsiasi dipendente che avesse un genitore, un coniuge o un figlio affetto da una malattia "di particolare gravità" la possibilità di congedarsi definitivamente dal lavoro non appena raggiunti i 25 anni contributivi per gli uomini e i 20 per le donne con prole. E così si è dato il caso di un'impiegata che per andare in pensione dopo appena 20 anni di lavoro si è fatta adottare da una malconcia novantenne. Questa la breve storia di un alto dirigente della Regione. «In pensione a 47 anni, lasciando nel pieno della carriera una delle poltrone più ambite della Regione siciliana. Pier Carmelo Russo, segretario generale dell'amministrazione dell'Isola, è pronto a mettersi in congedo, anche se al riguardo abbozza una blanda smentita. Il suo onorario ammonta a 170 mila euro annui che diventano 194 mila con la premialità. Da pensionato percepirebbe circa il 75 per cento dello stipendio. Baby pensionato diverrà grazie a una legge che vale solo in Sicilia ed esclusivamente per i dipendenti regionali».

C'è chi si chiede perché tanto fervore per far tacere internet. Ci hanno provato con Levi, con la Carlucci, con D'Alia, adesso con tal Lussana, la quale ha da poco presentato un progetto di legge per tutelare il diritto all'oblio: in poche parole, chiudere la bocca a internet sulle informazioni di carattere giudiziario impedendo di mantenere in rete, decorso un certo periodo di tempo, notizie su persone che in precedenza hanno avuto problemi con la Giustizia e sono stati oggetto di sentenze di condanna, assoluzione, archiviazione. Un'esigenza che certamente sentiamo tutti, giacché le informazioni giudiziarie di molti di noi cittadini comuni sono spiattellate su internet da anni. Niente da dire su assoluzione ed archiviazione, anche se qualche volta un fatto seppur non costituisca reato può essere di rilevanza pubblica e avere valore politico. Certo, c'è bisogno del bilanciamento fra esigenze contrapposte, lo sappiamo. Infatti, la grande eccezione al diritto all'oblio sarebbe questa: i divieti della legge non valgono per chi “esercita o ha esercitato alte cariche pubbliche, anche elettive, in caso di condanna per reati commessi nell’esercizio delle proprie funzioni, allorché sussista un meritevole interesse pubblico alla conoscenza dei fatti”. Qualche malizioso potrebbe pensare: ma allora tutti i processi di Silvio, riguardanti reati commessi non nell'esercizio delle funzioni pubbliche, verrebbero presto dimenticati perché non se ne potrebbe parlare più nel web.

Infine, l'ottimo Paolo Liguori, anche lui - come tanti - ex "comunista" (militava in Lotta Continua) poi convertitosi alla religione berlusconiana, ex direttore dell'ottimo Studio Aperto, moderno telegiornale per giovani che, come si legge su wikipedia, si è distinto nel panorama informativo poiché «nel corso degli anni si sono ripetuti episodi in cui alcune notizie trattate dal telegiornale si sono rivelate false, a causa di una mancata verifica delle fonti oppure costruite dagli stessi giornalisti».
Fra l'altro, si scoprono cose che fanno anche sorridere: uno degli episodi riguarda il caso del ritrovamento, sul quaderno di un bambino, di un testo che è stato presentato dal telegiornale come un giuramento di obbedienza alle leggi del "branco", a cui sarebbe stato obbligato durante il suo soggiorno in un orfanotrofio. In realtà il testo altro non era che il giuramento dei lupetti, i giovani scout, come denunciato da Striscia la notizia. Durante le proteste contro la riforma Gelmini, il tg mostrò le immagini di aule universitarie piene di studenti, a voler dimostrare una scarsa adesione alle manifestazioni. Tuttavia Striscia dimostrò che le foto erano state scattate nel giorno precedente alle manifestazioni. In questi casi, la redazione di Studio Aperto ha risposto accusando Striscia La Notizia, ma senza mai scusarsi né spiegare le ragioni dell'errore. Durante le eccezionali nevicate che hanno investito il nord Italia durante i primi giorni del gennaio 2009, gli inviati del tg hanno trasmesso da alcune postazioni esterne. Nonostante abbiano dato ad intendere di essere in collegamento da diverse zone della città, in realtà i due conduttori si trovavano uno di fronte all'altro. Anche in questo caso, la redazione ha risposto che quello di Striscia La Notizia era un servizio il cui fine ultimo era "far ridere" e senza alcun nesso con la realtà, nonostante durante il servizio venne dimostrato chiaramente tutto. Il giorno della pubblicazione delle motivazioni del processo Mills, l'inviato ha detto testualmente che "Berlusconi fu assolto", nonostante la sua posizione venne sospesa a causa del Lodo Alfano. Ma qui Striscia non è intervenuta. Il capo è il capo. E bisogna rispettarlo.

Ebbene, costui Liguori ha dichiarato: «Io sono convinto che i lettori di Repubblica siano un popolo di imbecilli, perché continuano a leggere un giornale che gli racconta un sacco di panzane» ha detto all'Agr. «Repubblica sono 15 anni che dice che Berlusconi stupra, violenta, inganna, spaccia droga, ruba soldi. Lo dice impunemente, perché nessuno le chiede conto. Sono convinti che gli italiani siano un popolo di imbecilli, perché seguono Berlusconi». Insomma sarebbe una guerra fra due popoli di imbecilli, a questo dunque s'è ridotta l'Italia?
Nessuna sorpresa per le parole dell'ex direttore di TgCom: nel 2009 è stato condannato in via definitiva per diffamazione a mezzo stampa ai danni dei tre giudici torinesi che nel 1995 avevano disposto l'arresto dell'allora presidente di Pubblitalia Marcello Dell'Utri: Paolo Liguori nel corso della trasmissione Studio Aperto aveva paragonato l'operato dei giudici a quello dei militari serbi In Bosnia.

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permalink | inviato da CittadinoInformato il 2/7/2009 alle 10:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
22 giugno 2009
Vai ad aspettarmi nella cuccia grande


Diceva il Censis, qualche settimana fa: il 69,3% degli elettori ha formato la sua scelta attraverso le notizie ed i commenti trasmessi dai telegiornali.
Ora, se si trasporta questo dato nelle attuali e surreali vicende si può provare a comprendere l'ennesima reazione d'indifferenza degli italioni. Paradossalmente, gli italioni che hanno il pregio di parlare una lingua straniera, inglese, francese, spagnolo, tedesco, ma anche lituano probabilmente, riescono ad ottenere più informazione di quella che riuscirebbero a totalizzare utilizzando la loro lingua materna.

Il Ministro della Propaganda, Fedelissimo Confalonieri, ed il sottosegretario alla disinformazione, Augusto Minzolini-Minzoloni, riempiono d'orgoglio i teorizzatori del pensiero unico e dell'officina del consenso.
I fatti di Bari-Palazzo Grazioli costituiscono la prova d'esame - vero battesimo del fuoco - del neodistruttore del Tg1, ormai ex telegiornale pubblico. Da Mediaset la censura è prevedibile: il cittadino se l'aspetta. Tv commerciale-pubblicità-ascolti-programmi demenziali-ascolti-pubblicità, eventualmente comitato elettorale se il capo da grande non vuole fare il detenuto e vuole fare il premier. Ma dalla tv pubblica no. Non la paghiamo per non farci dire quello che succede, caro Minzoloni. Non la paghiamo per avere ignoranza. Per quella ci pensa già Berlu-set.

E c'è ancora qualche tenero sprovveduto che - visto il polverone sollevato da qualche giornale non allineato alle logiche presidenziali e il cui editore non risponde al premier - chiede in tono di sfida: questo sarebbe il controllo dei media di Berluskhan? Sì, caro sprovveduto. Se ci sono solo due giornali che osano parlare di fatti inenarrabili e nessun'altro, significa che il più grande mezzo di comunicazione è in silenzio. Tu che frequenti internet sai molto, chi non lo frequenta e si alimenta di tv sa poco o nulla. Il 70% degli italioni, di cui una grandissima fetta non consuma giornali, è quasi all'oscuro di ciò che succede.

In realtà, non è neppure una sorpresa, ben si poteva immaginare la condotta vergognosa delle tv. Si rimane sconcertati però quando il neoservitore di cui sopra afferma senza vergogna, davanti a 5 milioni di teledisinformati, di aver voluto tenere «bassa» la vicenda delle feste con ragazze nella residenza del premier in quanto scelta di prudenza, non essendovi reati o imputazioni a suo carico - è vero, è solo l'utilizzatore finale del servizio, dunque secondo l'On. avvocato non sarebbe perseguibile penalmente (menomale, c'è da dire) - e non essendovi «alcuna notizia certa». «Di fronte a quanto sta accadendo nel mondo, dal piano economico di Obama alle vicende dell'Iran - ha sottolineato il leccatore - sarebbe stata una scelta incomprensibile privilegiare polemiche basate sul gossip». Questo non è che l'antipasto della gestione Minzoloni.

La costruzione del consenso ottenuta da chi oggi detta legge è stata e continua ad essere un'operazione a dir poco perfetta. La realizzazione ed il successo italiano del nuovo modello di "democrazia videocratica o televisiva" rivela l'immensa potenzialità ed efficacia del mezzo televisivo.

Non serve certo il linguaggio forbito di un esimio giurista quale Francesco Bilancia, per descrivere l'anoressia informativa di cui soffre l'Italia, ma riportiamo lo stesso un brano di un suo scritto: «(...) Non so quanti condividano ormai questa sensazione, ma mi sento disarmato a discutere con la più gran parte dei miei interlocutori abituali che qualunque riscontro oggettivo, documentale o critico si dovesse presentare loro, sono ormai soliti reagire ripetendo acriticamente il testo “ufficiale” della vulgata televisiva se non addirittura lo slogan del politico di riferimento. Alla realtà reale che vedo e comprendo mi viene sempre opposta una realtà virtuale costruita e raccontata dai media che si oggettiva resistendo oltre ogni possibile analisi critica.
I mezzi di comunicazione di massa, utilizzati ad arte, non soltanto provocano radicali rivolgimenti nelle competizioni elettorali risultando determinanti – anche se la vulgata mediatica propaganda tesi opposte – per la definizione dei risultati, ma sono essenziali altresì per garantire il consenso intorno alle politiche promosse volta a volta da chi ne abbia il pressoché esclusivo controllo mediante la costruzione dello stesso senso comune volta a volta funzionale alle scelte di vertice.
E’ mia opinione, pertanto, che tutte le competizioni elettorali succedutesi in Italia dal 1994 ad oggi siano state gravemente falsate dalla circostanza di fatto che uno soltanto dei contendenti abbia potuto avvantaggiarsi della disponibilità di tre reti televisive nazionali, in plateale rottura delle condizioni più elementari di eguaglianza di chances con gli altri contendenti. Nessuna narrazione mediatica potrebbe smentire l’assunto che con la proprietà di tre reti televisive utilizzate per costruire il proprio consenso politico qualunque buon comunicatore sarebbe, infatti, in grado di vincere una competizione elettorale. E’ questa la banale ragione per cui tale circostanza di fatto è vietata in tutte le democrazie contemporanee (...)».

Interessante anche quanto commenta il New York Times, non esattamente bolscevico,  secondo cui l'Italia «è una società feudale molto evoluta in cui ognuno è visto, ed inevitabilmente è, il prodotto di un sistema, o di un protettore. Non ci sono né ideologie né reti; c’è solo Berlusconi, e si può essere con lui o contro di lui».
«L’Italia è profondamente confusa per gli americani, che sono immersi in concetti quali dire la verità per governare e inseguire il denaro, cresciuti nella terra del “Sì possiamo”, non del “Mi dispiace, signora, questo è impossibile”».
«In Italia, quando i giornalisti fanno domande del tutto legittime sullo stato legale e la vita personale del leader di un paese del G8, o persino quando chiedono perché l’Italia non sembra importarsene delle risposte, sono inevitabilmente accusati di insultare il Presidente del Consiglio o di essere le pedine di interessi più grandi».

Insomma le domande, in Italia, le fanno i nemici, punto. Le televisioni mai, ri-punto. E Minzoloni è amicissimo - si capisce (direbbe Totò). Questa notte forse, il premier, con affetto e una scodella in mano, dirà al caro Minzoloni: «Vai ad aspettarmi nella cuccia grande».
POLITICA
12 giugno 2009
L'incoerenza di Lega e Pdl: sicurezza, ma senza intercettazioni


«Una riduzione delle intercettazioni di oltre il 50%». L'allarme è lanciato dal Procuratore Capo di Torino, Giancarlo Caselli. «C'è il rischio di garantire l'impunità (o quasi) di tutta una serie di criminali, che non siano mafiosi o terroristi, ma "soltanto" assassini, rapitori, stupratori, pedofili, bancarottieri, corruttori, usurai, estortori, sfruttatori della prostituzione». Tutto ciò nell'indifferenza generale di un paese i cui cittadini sono «preda di una ipnosi malefica». Un provvedimento, quello sulle intercettazioni, difficile da comprendere: da un lato per tutelare la sicurezza si ricorre all'esercito, alla flotta per i respingimenti in mare, alla istituzionalizzazione delle ronde, insomma si sostiene una politica della tolleranza zero; dall'altro lato, tuttavia, le medesime persone che stanno al governo spuntano uno strumento fondamentale per garantire quella sicurezza che dicono di voler garantire. «Un po' di coerenza!».

A Torino, continua il magistrato, si iscrivono in un anno circa 170 mila fascicoli (le inchieste giudiziarie); di queste, sono adoperate le intercettazioni nello 0,2% dei casi. Dunque non è nemmeno vero che esiste un pericolo Grande Fratello. Le astruse ragioni della nuova normativa devono ricercarsi in altri ambiti.

Quando una notizia di tale rilevanza - l'approvazione da parte di un ramo del Parlamento di una legge sulle intercettazioni - non viene nemmeno presa in considerazione dai telegiornali nazionali, allora significa, senza alcun dubbio, che quella notizia è importantissima e prevedibilmente impopolare: per questo motivo, non dev'essere divulgata. Solo in questo modo si spiega l'omertà dei mezzi di comunicazione televisivi, da cui consegue, purtroppo, la non-informazione dei cittadini e l'indifferenza generale sull'argomento.

Sarebbe bello, poi, che gli ultrà delle opposte fazioni politiche deponessero per un momento le loro sciarpe e le loro bandiere, interrompessero le loro grida pro o contro il capo del paese, e analizzassero in modo oggettivo le conseguenze che deriveranno dalla nuova normativa.

Come noto, il disegno di legge che ora passerà all'esame del Senato rivoluziona la disciplina sulle intercettazioni, sia sotto il profilo dei presupposti per disporle sia sotto il profilo della possibilità di pubblicare le risultanze delle conversazioni. Già solo il secondo profilo è di per sé profondamente illiberale, poiché limita gravemente il diritto del cittadino ad essere informato. Bisogna ricordare, però, che il progetto di limitare pesantemente la pubblicazione delle intercettazioni, in ogni forma (integrale, parziale, per riassunto) ed anche quando non più coperte da segreto, era già stato portato avanti dal precedente governo Prodi, a seguito dell'iniziativa del folcloristico Ministro della Giustizia, neo-eurodeputato nelle file berlusconiane, Clemente Mastella. Sarebbero, quindi, prospettabili gravi profili di incoerenza, da parte di quella parte dell'opposizione che adesso s'indigna. Ma siccome nessuno ricorda, nessuno sa.
Il punto più preoccupante della nuova legge, tuttavia, è quello che riguarda la limitazione a monte delle intercettazioni. Tralasciando i reati di mafia e terrorismo, (almeno) per i quali  sostanzialmente nulla cambia, per i reati comuni "intercettabili", invariati rispetto la precedente disciplina, la situazione si ribalta. Come già scritto precedentemente, i gravi indizi di reato, quelli che ora sono necessari per intercettare, diventeranno evidenti indizi di colpevolezza: quindi, si potrà intercettare quando ormai non serve più, quando è già superfluo. Ciò crea, di fatto, una limitazione gravissima alle indagini più difficili, che hanno bisogno di strumenti sofisticati e impareggiabili come le intercettazioni telefoniche, ambientali e quant'altro.
Le intercettazioni, quindi, sono uno strumento d'indagine finalizzato all'individuazione dei colpevoli di gravi reati ed è assurdo pensare che si possano fare solo nei confronti del colpevole già individuato, che può già essere arrestato. Inoltre, l'abbreviazione della durata (un massimo di 60 giorni, anche discontinui) riduce notevolmente l'efficacia dello strumento d'inchiesta. Per avere un'idea dei potenziali effetti della novella legislativa, leggasi "Come un pedofilo sfuggirà alla giustizia".
Indirettamente, questa disciplina inciderà anche sui reati di mafia. Tantissime volte, infatti, un'indagine che individua un reato di associazione mafiosa parte da una semplice truffa o un'ancor più semplice estorsione, delitti che difficilmente saranno intercettabili.

Se si indaga sulla ratio di questa incomprensibile limitazione, si rimane senza risposta.
Il 9 giugno 2008, il Ministro degli Interni dichiarava: «Occorre dare una risposta più rapida ed efficace alla domanda di sicurezza che viene da tutti i cittadini. E' intenzione del governo dare una risposta di sistema e non emergenziale. Dobbiamo dare una risposta certa sul tema della sicurezza e non interventi una tantum come è stato fatto in passato»; ha ricordato poi il sondaggio secondo cui il 90% degli italiani si sentiva insicuro (era il periodo mediatico-elettorale post-stupri).
E chi glielo spiega agli italiani che presto sarà difficilissimo intercettare (conversazioni, traffico telematico, captazioni ambientali) e dunque disporre del mezzo più avanzato disponibile da chi ha il compito istituzionale di cercare i colpevoli ed assicurarli alla giustizia? L'incoerenza è abnorme. Chi fa del tema della sicurezza un cavallo di battaglia per fare incetta di voti alle elezioni, come giustifica che di nascosto si tagliano le gambe alle istituzioni che devono garantire quella sicurezza?
E' chiaro che i motivi che fondano la nuova legge sono tutt'altri, e nemmeno così difficili da immaginare. Ancora una volta il Presidente del Consiglio, triste ometto, antepone l'interesse particolare e privato agli interessi generali della nazione. Oppure sta rendendo un favore ad alcuni amici speciali del Sen. Dell'Utri.

Intanto, a dar linfa vitale al gregge berlusconiano ci pensa il solito "pappagallino" Capezzone: «Per essere creduti, i magistrati più politicizzati che criticano le nuove norme sulle intercettazioni dovrebbero essere credibili. In questi anni, una parte della magistratura ha abusato della carcerazione preventiva, del pentitismo, e poi delle intercettazioni». Pretesto assurdo quanto fuorviante.
Ad ogni modo, le inefficienze derivanti dalla futura legge saranno prevedibilmente attribuite ancora una volta ai "magistrati incapaci". E il circolo vizioso continuerà.

Questa legge ignobile potrebbe essere un grande passo falso di questo governo. Gli elettori  di centrodestra - abituati ormai a sopportare ogni sorta di legge vergogna, ogni tipo di becero umorismo, ogni reazione scomposta del loro pessimo leader - chiedono solo coerenza. Tutti i cittadini, invece, non chiedono ma esigono che non siano affievoliti gli strumenti d'indagine e, al contrario, venga rafforzata in modo serio e non propagandistico la tutela dello Stato contro il crimine.
Non resta che sperare nei poteri di rinvio del Presidente della Repubblica (art. 74 Cost.).
POLITICA
10 giugno 2009
Art. 1: «L'Italia è una repubblica videocratica, fondata sul televisore»


Censis: «E' ancora la televisione il principale mezzo utilizzato dagli italiani per formarsi un'opinione politica». La felice scoperta dell'acqua calda. Ma c'è di più: «Durante la campagna elettorale il 69,3% degli elettori ha formato la sua scelta attraverso le notizie e i commenti trasmessi dai telegiornali. I Tg restano il principale mezzo per orientare il voto soprattutto tra i meno istruiti (il dato sale, in questo caso, al 76%), i pensionati (78,7%) e le casalinghe (74,1%)».
Domanda: visti questi dati, che succede quando sui telegiornali citati viene irradiato il pensiero unico? La risposta è una sola: manipolazione o "la fabbrica del consenso", fortunata espressione coniata da Noam Chomsky.
Purtroppo, un cambiamento sembra davvero lontano. Infatti, Internet, l'unica vera alternativa possibile, «non sfonda nella comunicazione politica. Durante la campagna elettorale, per formarsi un'opinione, solo il 2,3% degli italiani maggiorenni si è collegato ai siti web dei partiti per acquisire informazioni, e solo il 2,1% ha visitato blog, forum di discussione. Il dato aumenta solo tra gli studenti: il 7,5% si è collegato ai siti Internet dei partiti e il 5,9% ha navigato su altri siti web in cui si parla di politica».

L'italia è una repubblica fondata sul televisore.
«Il televisore è la componente più importante della cultura di massa nella storia italiana recente. Con la diffusione degli apparecchi a colori e la crescita delle emittenti commerciali, il tempo trascorso dagli italiani davanti al televisore è aumentata rapidamente: da una media di 2 ore e 35 minuti al giorno nel 1988 a 3 ore e 35 minuti nel 1995: si trattava dell'unica attività culturale a cui la grande maggioranza degli italiani si dedicasse quotidianamente» (Ginsborg, L'Italia del tempo presente, 1998).
E nel 2009?

Certo, la televisione è potenzialmente un grande mezzo legato alla crescita della democrazia, data la sua straordinaria capacità di entrare nella vita quotidiana della gente, di ogni ceto sociale. Il senso in cui la televisione funziona, tuttavia, «dipende dal contesto più generale in cui si trova ad agire. Le due variabili chiave sono da una parte il controllo del mezzo, dall'altra la ricchezza e la varietà culturale del mondo in cui esso si trova a operare».
«L'inedita concentrazione della proprietà televisiva realizzatasi nell'ultimo decennio del secolo ha avuto gravi conseguenze. L'oligarchia che regge le televisioni private tende fondamentalmente a basarsi su principi di audience e ritorno economico, sacrificando il livello culturale della proposta televisiva al conformismo più redditizio. Tutti questi fattori hanno prodotto una televisione commerciale particolarmente ripetitiva e poco edificante». «Considerando i versanti pubblico e privato, si delineava un quadro della televisione italiana alquanto sconfortante. La programmazione settimanale era egemonizzata dai prodotti americani. Al posto di serie analisi politiche e sociali si assisteva a ripetitivi talk show, a cui venivano invitati di preferenza personaggi istrionici e rissosi. I documentari erano pochi e trasmessi il più delle volte a notte fonda; gli spettacoli di varietà più frequenti che negli altri Paesi dell'Europa occidentale» (Ginsborg, cit.).
Tutto ciò non faceva che conformare le menti ai modelli offerti nelle televisioni commerciali. E configurava uno stretto rapporto fra l'utente e il mezzo televisivo: per quanto qui interessa, soprattutto come principale mezzo di informazione, di modo che l'utente aveva fiducia dell'informazione che gli veniva quotidianamente fornita. Il vero pericolo, in questi termini, era allora «la questione del controllo proprietario. Con la tolleranza del potere politico, e addiritttura con il forte sostegno di una sua parte, Silvio Berlusconi era riuscito ad assicurarsi una posizione predomimante nel controllo della televisione commerciale» (Ginsborg, cit.).

Ma questa è un'altra storia. Sono passati tanti anni. Oggi quell'audace e spregiudicato imprenditore - più volte prescritto per gravi reati riguardanti proprio le sue aziende - siede nel trono della politica italiana. Sovrano assoluto del maggior partito italiano. Dominus dell'informazione televisiva.  E un comico va al Parlamento, in Commissione Affari Costituzionali, per sollecitare i parlamentari a prendere seriamente in considerazione una legge popolare che giace lì da oltre 2 anni. Ah, Italia.
Intanto, il capo è convinto più che mai a cambiare a suo favore (e dei suoi amici) - non si vede infatti altra ragione plausibile - il regime delle intercettazioni telefoniche (strumento essenziale di lotta alla criminalità), anche limitando gravemente e incostituzionalmente il diritto di informazione del cittadino.

Infatti, con il maxiemendamento cui è stata oggi posta la fiducia dal governo (atto di espropriazione di fatto della potestà legislativa del Parlamento, il quale ha il diritto di dibattere liberamente e ampiamente una materia tanto delicata), il governo propone l'introduzione di un nuovo reato, quello della pubblicazione di intercettazioni per le quali "sia stata ordinata la distruzione" per il quale si prevede il carcere da uno a tre anni. La stessa sanzione è stabilita per la pubblicazione di intercettazioni riguardanti terzi estranei alle indagini e "irrilevanti". Gli editori che pubblicheranno atti o intercettazioni in divieto degli obblighi di legge saranno multati (sanzione che va da 64.500 a 465.000 euro).
È vietata poi la pubblicazione, anche parziale, per riassunto o nel contenuto, della documentazione e degli atti relativi a qualsiasi tipo di comunicazione intercettata, anche se non più coperti dal segreto, fino alla conclusione delle indagini preliminari o fino al termine dell'udienza preliminare. Silenzio assoluto sino al termine delle indagini.

E ancora: limitazione irragionevole nella durata delle intercettazioni; diverso trattamento per gli appartenenti ai servizi segreti; divieto di usare le trascrizioni in altri processi.
Nonostante ciò, forse il carattere più pericoloso di questo mostro giuridico sta nei presupposti  necessari per poter procedere alle intercettazioni. Se oggi, infatti, sono sufficienti gravi indizi di reato (art. 267 c.p.p.), con l'approvazione del ddl governativo saranno necessari evidenti indizi di colpevolezza. La situazione cambia e non di poco.
Se prima la possibilità di effettuare intercettazioni veniva ricondotta al mero indizio di reato, non essendo previsto espressamente che si dovesse far riferimento alla colpevolezza dell'indagato, con la nuova legge serviranno chiari ed evidenti indizi riferiti alla colpevolezza dell'indagato che si vuole intercettare; ma gli indizi richiesti, dovendo essere di una tale forza e rilevanza, sono di fatto equivalenti a quelli richiesti per disporre una misura cautelare (gravi indizi di colpevolezza, in questo caso). E allora, non si può intercettare se non quando si è già in grado di arrestare, ma se si è in grado di arrestare a che serve intercettare? Ne consegue una gravissima limitazione dello strumento di ricerca della prova in questione, evidenziando come la soluzione prospettata sia priva di senso (e un clamoroso autogol politico).
Eppure, i fan del capo commentano: «Una sola cosa...BASTA, con i magistrati POLITICIZZATI!». Poveri italioti saturi di latte Mediaset. Ormai confondono il sale con il sole. Non si rendono conto che se gli ammazzano un parente e non si sa chi è stato, polizia e procura potranno intercettare solo per 60 giorni per scoprire l'assassino, scaduti quelli si chiami Sherlock Holmes, con buona pace della sbandierata sicurezza leghista.
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