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POLITICA
27 giugno 2009
Silvio e le toghe nere


Da un articolo di giornale, si apprende una notizia piuttosto importante: giudici costituzionali a cena con il capo del governo, il suo fido braccio destro ed i presidenti delle commissioni Affari Costituzionali dei due rami del Parlamento. Si tratta del giudice Mazzella alla cui casa «si presentano Berlusconi, il ministro della Giustizia, Angiolino Alfano, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, e il presidente della commissione Affari costituzionali del Senato, Carlo Vizzini e quello della Camera Donato Bruno. Con loro arriva anche un altro collega di Mazzella, la toga Paolo Maria Napolitano».
Il tema dell'incontro riguarda - oltre al Lodo Alfano che la Consulta dovrà esaminare quest'autunno - le riforme costituzionali sull'amministrazione della giustizia, nello specifico il ruolo del P.M., del Csm e della composizione della Corte Costituzionale.

Chi sono i due giudici coinvolti? Citando Wikipedia, Paolo Maria Napolitano «venne chiamato come componente del gabinetto del Vice Presidente del Consiglio dei ministri Gianfranco Fini a palazzo Chigi all'inizio del I governo Berlusconi, conseguì la nomina a Consigliere di Stato nel 2003. Proseguì il rapporto con il Vice Presidente Fini quando questi assunse la carica di ministro degli affari esteri nel novembre 2004, seguendolo alla Farnesina dove ricoprì la carica di capo dell'ufficio legislativo».
Luigi Mazzella fra gli innumerevoli incarichi direttivi ministeriali «è stato dal 14 novembre 2002 al 2 dicembre 2004 Ministro della funzione pubblica nel Governo Berlusconi II».
Adesso forse qualcosa comincia a tornare.

Pare che uno dei due giudici sia stato incaricato di redarre una bozza di riforma costituzionale consegnata a Palazzo Chigi un paio di giorni dopo il vertice. «Una bozza che adesso circola nei palazzi del potere ed è anche arrivata negli uffici del Senato in attesa di essere trasformata in un articolato e discussa. Si tratta di quattro cartelle, preparate da uno dei due giudici, in cui viene anche rivisto il titolo quarto della carta fondamentale, quello che riguarda l'ordinamento della magistratura». Una bozza che «che separa le carriere, sostituisce i pm con gli "avvocati dello Stato", cambia il Csm e la Consulta».

Mazzella definisce Berlusconi "un vecchio amico" e «s'infuria». Intervistato, ha dichiarato: «Stiamo scherzando? Allora dovrei astenermi da tutti i lavori della Corte. A cena invito chi voglio. A casa mia vengono tutti, dall'estrema sinistra alla destra, sono amico personale di Bertinotti e di tante altre persone che vivono nel mondo della politica». Già, però Bertinotti, per quanto il comunismo sia nella sua fase d'oro secondo il nostro premier visionario, non beneficia di una legge, dal di lui segretario scritta, che lo protegge persino da una semplice denuncia di diffamazione o, eventualmente, da una corruzione.
Certo, gli amici sono amici, non si pretende che per nove anni - tanto dura la carica di giudice costituzionale - non si rivolgano la parola e debbano comunicare con provenzaneschi pizzini.

Ma è opportuno che chi deve decidere sul lodo Alfano intrattenga rapporti informali con lo stesso autore della legge controversa? E si badi che non si tratta di esaminare l'illegittimità di una legge qualsiasi, una delle tante illegittimità che ogni mese viene dichiarata e che passa inosservata. No, si tratta della legge più controversa degli ultimi anni, e che riveste un'importanza simbolica enorme.
Ed è opportuno che chi deve decidere intrattenga rapporti con l'unico soggetto che concretamente usufruisce dei benefici di quella legge e che ha un bisogno disperato di proteggersi da magistrati estremisti, perché eccessivamente zelanti?

L'on. avvocato Ghedini - dopo aver ricordato che il premier comunque non sarebbe universalmente rimproverabile perché tanto si configura come "utilizzatore finale" del Lodo Alfano - non vede nella cena «nulla di strano perché i giudici non vivono sul monte Athos ed è normale che frequentino le alte cariche. Spero che il Quirinale intervenga perché questa è un'aggressione alla Corte». Eppure il 25 marzo 2001 Berlusconi, allora all'opposizione, dichiarava circa la Corte: «dovrebbe essere arbitro e non lo è perché al suo interno ci sono alcuni giudici che si sentono legati alla sinistra politica». Caro avvocato, e adesso come la mettiamo? Evidentemente i due giudici di cui sopra, che non sono toghe rosse, hanno avuto e continuano ad avere legami stretti con esponenti del governo: come le dobbiamo chiamare? Stando al metro di giudizio suo e del suo datore di lavoro, tecnicamente sarebbero delle "toghe nere". Epiteto ridicolo, così come il suo opposto e propagandistico "toghe rosse".

Intanto il premier "liberale", fondatore del partito a uomo unico chiamato Popolo delle Libertà, dice che bisogna «chiudere la bocca a tutti questi organismi internazionali che ogni giorno dicono la crisi di qua e la crisi di là e anche agli organi di stampa che tutti i giorni danno incentivi alla paura e diffondono il panico». «Gli organi di stampa - ha insistito Berlusconi - riprendono le posizioni del tanto peggio tanto meglio delle opposizioni e danno incentivi alla paura». Questa, dunque, è la linea del partito sulla libertà di stampa. Ma gli iscritti - liberali si presume - sono d'accordo?

Infine, un episodio simpatico. In merito agli effimeri titoli del Giornale su vicende che avrebbero toccato Cesa e D'Alema e che non hanno avuto alcun seguito, il premier nobilmente e anche un po' ipocritamente (il Giornale è roba sua, dunque lui è stato il mandante di quei titoli) ha offerto loro la sua solidarietà. Ma Cesa, ingrato, ha ribattuto: «Non accetto solidarietà da nessuno, in particolare dal presidente del Consiglio». Al che il premier, offeso da un ex-servo ora affrancato, ha sbottato: «Mi dispiace che l'onorevole Cesa non accetti la mia solidarietà. La sua risposta è offensiva e disdice sia la sua immagine, sia la considerazione che nutrivo nei suoi confronti. Spero che torni in sé e che risponda alle provocazioni con la stessa serenità e con lo stesso stile con cui reagisco io».

Silvio, non tutti possiedono il tuo stile: da mafioso. E menomale.

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