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POLITICA
9 febbraio 2009
Ineleggibile? C'è sempre una speranza per il cittadino (Berlusconi docet)
L'ineleggibilità parlamentare consiste in un impedimento giuridico a costituire un valido rapporto elettorale per chi si trova in una delle cause ostative previste dalla legge. In altre parole non si può essere eletti. L'incompatibilità invece è quella situazione giuridica in cui il soggetto, validamente eletto, non può cumulare nello stesso tempo la funzione di parlamentare con altra carica (BIN-PITRUZZELLA, Diritto costituzionale, Torino, 2003).
Qual è la ragione che sottende alla previsione di situazioni di ineleggibilità? Si mira garantire la libertà di voto e la parità di chances tra i candidati in modo che il procedimento elettorale si svolga correttamente e senza indebite influenze sulla competizione.
Di ineleggibilità e incompatibilità se ne occupa l'art. 65 della Costituzione (La legge determina i casi di ineleggibilità e di incompatibilità con l'ufficio di deputato o di senatore), il quale rimanda alla legislazione ordinaria la determinazione delle relative cause. Peraltro, trattandosi della limitazione di un diritto fondamentale di un ordinamento democratico, la Corte Costituzionale ha sempre affermato che l'eleggibilità è la regola e l'ineleggibilità è l'eccezione.

Facciamo ora un salto al 1994. La legislazione ordinaria relativa alle ineleggibilità parlamentari era allora, ma ancora oggi, costituita dal d.p.r. 361/1957. Qui interessano, in particolare, gli artt. 7 e 10.
Le cause di ineleggibilità erano ricondotte, grosso modo, a 3 gruppi. Dovevano considerarsi ineleggibili:

1. i titolari di cariche di governo di enti locali, funzionari pubblici, alti ufficiali (presidenti di giunte provinciali, sindaci di comuni con più di ventimila abitanti, capi di polizia, commissari di governo e così via) che per la carica ricoperta avrebbero potuto influenzare l'elettore o comunque incidere sulla par condicio dei candidati. Questi soggetti per essere eleggibili dovevano aver cessato le funzioni almeno 6 mesi prima della data di scandenza della legislatura;

2. i soggetti aventi rapporti di impego con governi esteri (diplomatici, consoli, ecc.);

3. i soggetti aventi peculiari rapporti economici con lo Stato (concessionari di pubblici servizi, dirigenti e consulenti di aziende sovvenzionate dallo Stato, ecc.).

Al riguardo, l'art. 10 affermava che NON SONO ELEGGIBILI inoltre: coloro che in proprio o in qualità di rappresentanti legali di società o di imprese private risultino vincolati con lo Stato per contratti di opere o di somministrazioni, oppure per concessioni o autorizzazioni amministrative di notevole entità economica, che importino l'obbligo di adempimenti specifici, l'osservanza di norme generali o particolari protettive del pubblico interesse, alle quali la concessione o la autorizzazione è sottoposta.

Il tema del conflitto di interessi pubblici e privati per chi esercita pubbliche funzioni, oggetto di dibattito “attualissimo” in Italia da quindici anni, è un problema che tutte le democrazie devono affrontare. La rilevanza di una regolamentazione del conflitto di interessi sta anche nel dover trovare un equilibrio tra valori di rilievo costituzionale. Da un lato la libertà di iniziativa economica, il diritto di concorrere in condizioni di uguaglianza alle cariche elettive, la sovranità popolare che si manifesta attraverso le scelte del corpo elettorale; dall'altro vi sono i limiti all'esercizio dell'iniziativa economica, la libertà di voto che va garantita attraverso la previsione di cause che impediscono l'elezione.

Nel luglio del 1994 si verificò, in seguito all'elezione dell'On. Berlusconi, un caso singolare nella storia del paese, piuttosto anomalo nella vita di uno Stato democratico. Non era mai accaduto infatti che un soggetto che possedesse o avesse comunque il controllo di società titolari di concessioni amministrative, e in particolare in un campo rilevante come quello televisivo (potenzialmente in grado di esercitare una certa influenza sull'elettorato) potesse contemporaneamente rivestire il ruolo di Capo del Governo.

In realtà, l'ordinamento aveva già previsto la possibilità del verificarsi di un caso di questo tipo, come dimostra il risalente d.p.r. sopra citato (del 1957), e aveva quindi predisposto un apposito rimedio tramite la dichiarazione di ineleggibilità. Tuttavia la disposizione doveva essere interpretata e così l'ultima parola spettava all'organo parlamentare competente il quale era ed è ancora oggi la GIUNTA PER LE ELEZIONI. Essa, dunque, doveva decidere se l'On. Berlusconi, già proprietario della società Fininvest (che possedeva tre canali televisivi su sette a livello nazionale) fosse eleggibile o meno, e dunque potesse legittimamente assumere la carica di parlamentare e constestualmente quella di Presidente del Consiglio dei Ministri in seguito alle elezioni nazionali che avevano visto trionfare la coalizione costituita da Forza Italia, Alleanza Nazionale e Lega Nord, il cui leader era proprio l'On. Berlusconi.
Questo il racconto che ne fece l'On. D'Alema il 23 novembre 2001, in risposta ad un articolo dell'Unità del 16 novembre dello stesso anno in cui lo si accusava in questi termini: «D'Alema ha come prima responsabilità quella di aver consentito che venisse aggirata, con un miserabile cavillo, una legge del 1957 che stabiliva la ineleggibilità di titolari di importanti concessioni pubbliche, e ha bloccato ogni serio tentativo di risolvere il problema del conflitto di interessi; tutto ciò per portare a compimento, niente meno, la riforma della Costituzione: con quel socio! Sembra incredibile».
Replicò l'On. D'Alema: «Già, sembra incredibile; ma soprattutto ciò che lei scrive è falso, caro professore. Ma procediamo con ordine. Nel luglio del 1994 la giunta per le elezioni della Camera dei deputati rigettò a maggioranza il ricorso contro la elezione a deputato di Silvio Berlusconi. I deputati del mio partito (del quale ero segretario da pochi giorni) votarono ovviamente contro, come gli altri parlamentari progressisti. Con la maggioranza si schierarono due deputati del Partito popolare, allora sotto la guida dell'on. Buttiglione. Non vedo proprio quindi che cosa mai avrei io consentito, in cosa potesse entrarci con la Bicamerale la decisione del '94. In realtà ciò che si dimostrò allora è (come poi più volte ho sostenuto) la insostenibilità di una norma che, in tempi di sistema elettorale maggioritario, affida alla giurisdizione domestica e politica del Parlamento il giudizio in materia di ineleggibilità».

Si leggeva, poi, in un articolo del 1° novembre del 2000 su Repubblica, riguardo il conflitto di interessi che in quei mesi era particolarmenti dibattuto, che «c'è bisogno di una nuova legge per impedire una situazione del genere? No, in teoria non ce ne sarebbe bisogno: la legge esiste già e risale addirittura al 1957. Ma il fatto è che nel 1994 la Giunta per le elezioni di Montecitorio (a maggioranza di centrodestra) fu investita ufficialmente del problema e stabilì che Berlusconi non poteva essere considerato un concessionario pubblico, in quanto il titolare della licenza formalmente non è lui, bensì il fedele Fedele Confalonieri. Si dà il caso perciò che allo stato degli atti Confalonieri, presidente di Mediaset, non potrebbe essere eletto al Parlamento per incompatibilità, mentre Berlusconi che è il vero proprietario dell'azienda può diventare deputato e addirittura capo del governo. Paradosso per paradosso, per le stesse ragioni un piccolo imprenditore locale con un'azienda di pulizie non può diventare assessore del Comune in cui esercita la sua attività. Ha ragione, allora, l' onorevole D'Alema a sostenere adesso che Berlusconi è ineleggibile. Peccato che lo era anche all' epoca della Bicamerale, quando la pratica venne accantonata e sacrificata sull' altare delle riforme istituzionali: visti i risultati, a parte le questioni di principio, si può dire che non ne valeva proprio la pena. Dal 1996 a oggi, il centrosinistra ha avuto la possibilità di modificare la legge in Parlamento, forse addirittura con l' appoggio della Lega, ma non ha saputo o voluto correggerla».

Questo fatto, rilevantissimo direi, è rimasto sconosciuto alla maggior parte dei cittadini per molto tempo e lo è ancora oggi. Alcuni, probabilmente, lo hanno appreso vedendo un brevissimo video in cui l'On. Violante, durante un discorso in Parlamento nel 2003, fece riferimento a un presunto favore (in seguito ad un presunto accordo fra forze politiche) che i partiti del centro-sinistra fecero all'On. Berlusconi nel 1994, in occasione della sua “discesa in campo”.

Quindi, l'On. D'Alema nel 2001, in pieno dibattito sul conflitto di interessi, dichiarava: «Berlusconi? Ineleggibile. Lo stabilisce già la legge».
Ma in realtà, già il 28 gennaio del 1994, un parlamentare di nome Mammì, padre della famosa legge Mammì sull'assetto radiotelevisivo, negava che l'On. Berlusconi potesse in quel momento assumere legittimamente la carica parlamentare. Le sue parole furono: «No, no, non può. Lo dice la legge». Alla domanda perché “ritenesse” Berlusconi non candidabile, continuava poi l'On. Mammì: «No guardi, non ritengo. Non è una mia opinione, né una stravagante intrepretazione. È un fatto oggettivo, è la legge che dice così: Silvio Berlusconi non può candidarsi finché è proprietario della Fininvest. Non è una questione di presidenza, ma di proprietà. Potrebbe vendere, cedere ad altri le sue concessioni tv. Cosa non semplice, potrebbe farlo solo con il permesso del ministro Pagani e con l'accordo del Garante. Altrimenti, niente. Non è la mia legge che impedisce a Berlusconi di candidarsi, ma il “combinato disposto” della Mammì con le norme sulla ineleggibilità, in particolare con l'articolo 10 del decreto 361 del '57. La norma dice che non è eleggibile chi “in proprio o in qualità di rappresentante legale di società o imprese private risulti vincolato allo Stato per (...) concessioni amministrative che comportino l'osservanza di norme protettive del pubblico interesse”. La legge Mammì vincola gli editori tv alle concessioni. Dunque Berlusconi, che “in proprio”, come proprietario, è vincolato allo Stato dalle concessioni, non è eleggibile a meno che non decida di vendere. E venderle non è facile, dovrebbe farlo con il consenso del ministro Pagani, sentito il Garante. Non credo che lo farà, troverà un altro sistema. Credo che cercherà di far passare la tesi, minoritaria in giurisprudenza, che non avendo la proprietà piena della Fininvest il padrone delle concessioni non è lui, ma la società. Farà in modo che la commissione sull'eleggibilità, quella circoscrizionale, presieduta da un magistrato, sospenda il giudizio. A elezioni avvenute la cosa sarà di competenza della giunta per le elezioni, e si risolverà in modo politico. Il portavoce di Berlusconi dice che titolare delle concessioni tv è una persona giuridica, e non “il dottore”?. Vede? Cosa le dicevo? Insomma la legge c' è, ma c' è anche la scappatoia. La scappatoia non si prende se c' è chi vigila. Voglio dire che è un tranello, un modo per eludere la legge: basta stare attenti».

Non appare superflua ogni conseguente considerazione di ordine politico su quanto accaduto, e ancora meno superfluo riflettere su come e quanto il potere mediatico disponibile per l'On. Berlusconi abbia influito in questi anni sulla sua possibilità di accedere al potere di governo, cosa che è avvenuta per ben tre volte: 1994, 2001 e 2008. Ancora oggi, nel 2009 e dunque a distanza di ben quindici anni, la situazione è drammatica dal punto di vista della legalità democratica, anche se ormai l'attenzione è rivolta su tutt'altri temi. Probabilmente, la radice dei bagliori di emergenza democratica in cui il paese sembra versare sta tutta qui.

Mi sembra opportuno chiudere con le parole di Alessandro Pace, professore ordinario di diritto costituzionale nella facoltà di giurisprudenza dell'Università di Roma “La Sapienza” e fondatore dell'Associazione italiana dei costituzionalisti, che nel 2002 diceva: «scrivo queste note nella speranza che almeno si smetta di dire -come ho letto ancora di recente- che “l'elettorato non ha ritenuto rilevante il conflitto d'interessi” perché altrimenti non avrebbe votato Berlusconi... Argomento, questo, che è il classico serpente che si mangia la coda, al quale si può ben rispondere che le ragioni dell'ineleggibilità dell'on. Berlusconi stanno anzi proprio lì, e cioè nell'essere egli riuscito a farsi eleggere grazie all'influenza elettorale esercitata per il tramite delle sue televisioni, e pur ammettendo pubblicamente il proprio conflitto di interessi, ma sulla base della mera promessa che in futuro l'avrebbe risolto... ».

Stiamo ancora aspettando.

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permalink | inviato da CittadinoInformato il 9/2/2009 alle 18:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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